GIUSEPPE ANASTASI il “CUBISTA” della LETTERATURA a cura di SABRINA SANTAMARIA

Giuseppe Anastasi il “Cubista” della letteratura a cura di Sabrina Santamaria.

Immaginate di leggere un poema epico, mistico, biblico, provocatorio, socio-filosofico, in realtà “La Grande Seduzione” è un quadro cubista che schiude immaginari plurimi di lettura, “figlia” dell’impegno riflessivo di un poeta, Giuseppe Anastasi, pronto a narrare con un linguaggio cinquecentesco attraverso l’endecasillabo, un mito: la “caduta di Lucifero nell’Inferno”, la Seduzione primordiale (operata da Lucifero nei confronti angeli che caddero nell’abisso, divenendo demoni a causa della loro “corruzione”) quindi ancor prima che Dio creasse: l’universo, il cielo, la terra, il creato, l’uomo. Il Serpente Antico che sedusse Eva a mangiare il frutto dell’albero “proibito”, della conoscenza del “bene” e del “male”, vorrebbe innestarsi nella nostra mente e nel nostro cuore, quindi nel contesto quotidiano ed in toto nella società moderna, mondiale e globalizzata. Anastasi ci racconta un evento primordiale, che tutti conosciamo, ma che nessuno osò mai narrare, poetare, raccontare, dipingere in una tela, scolpire o trattare come tematica filosofica. L’“Apoteosi” di Anastasi pubblicata tra il 7/11/2016 (uscita web) e il 10/12/2016 (presentazione ufficiale), è un’auto-produzione “anacronistica” e attuale al tempo stesso, costituita da dieci canti dal linguaggio dotto, comprensibile e con dettagliate guide alla lettura. Buona Scoperta!
Sabrina Santamaria

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Note biografiche:

Giuseppe Anastasi nasce a Messina il 21 Giugno del 1978. Con una formazione tecnica e nessuno studio accademico, liberamente da autodidatta, il giovane siciliano sceglie il proprio bagaglio culturale spaziando da Hesse a Dante, da Proust a Pirandello. Poeta pluripremiato in ambito regionale e non solo, e per citare esclusivamente i primi posti, “Carlo Labisi” 2015, “Poesia da Contatto” 2016, Boccavento 2018, “Carlo Labisi” 2018 e “Bagnara è Poesia” 2018.

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Intervista a Giuseppe Anastasi

SS: La lettura del tuo poema “La Grande Seduzione” mi ha ricondotta ad una riflessione socio-politica che tu, tacitamente tra le righe compi: il male siamo noi? Si tratta solo di una mia interpretazione?

GA: Le interpretazioni sono svariate, ovviamente la tua è molto azzeccata. Ti dirò, l’aspetto bizzarro dell’opera è che essa rappresenta tante cose, ad esempio un professore di liceo ha interpretato il “Dragone” come la rappresentazione della tecnologia, mentre mi limitai a chiedere all’illustratrice Giada Bognolo, di fargli indossare un’armatura simile a quella di un cavaliere dello Zodiaco.

SS: Il tuo poema lo considero davvero intrinsecamente “Tuo”, in quanto l’aspetto stilistico (la metrica, i versi, la rima) apparentemente è obsoleto, ma, in realtà, tu attingi dai “grandi” letteratura italiana creando in modo originale, al tempo stesso, una “figlia” dei nostri tempi…

GA: Riguardo al linguaggio ho cercato di ricalcare gli stili poetici che usano una metrica precisa, non per capriccio o per stupida pedanteria intellettuale, ma perché lo esigeva un poema epico-religioso a tratti mistico, ho cercato infatti di “salire sulle spalle dei grandi”, usando canoni classici, ma rivisitandoli , quindi il linguaggio risulta fruibile, alla stregua di un “buon vestito” da far indossare alla mia opera.

SS: Quando si discute del tuo stile poetico, spesso viene paragonato a quello del “Sommo Dante”, alla Divina Commedia e al linguaggio trecentesco(latino, volgare). Forse più che lo stile, tu riprendi le tematiche della Divina Commedia(ogni sesto Canto delle Cantiche dantesche affrontano temi politici) forse proprio su questo aspetto hai trovato maggiore ispirazione?

GA: Sì, riguardo alla critica della società sono stato spietato nel raccontare la società attuale, anzi, direi, mi son fatto un po’ beffe del contesto socio-culturale odierno. La Grande Seduzione è un poema abbastanza provocatorio ed il mio sesto canto ha non pochi riferimenti al nazismo e alla figura di Adolf Hitler, ma il perché lo lasceremo scoprire ai lettori… (sorride sornione)

SS: Tu hai letto molto approfonditamente la Bibbia, si carpisce che tu hai “assorbito” col cuore e con la mente i simbolismi e le allegorie dei Testi biblici, come per esempio il libro del profeta Isaia e la sua descrizione degli angeli, Serafini e Cherubini. Questa è la ragione, forse, per la quale definiscono mistica la tua cantica?

GA: Sì, la Bibbia l’ho letta “tutta”, è chiaro che mi sono rifatto ai testi apocalittici e ai libri profetici come “Daniele”, infatti, nelle loro visioni vi era descritta la “Fine dei Tempi”. Io volendo narrare l’ “Antefatto”, come tutto ebbe inizio, a livello numerologico ho utilizzato una numerologia che potesse rievocare la Bibbia, ma anche i testi ebraici. La ricerca è stata abbastanza ampia.

SS: Lévinas, Rosenzweig e Buber sono i tre autori più studiati, letti e meditati di tutta la filosofia ebraica e in generale della filosofia morale. Tu scruti, investighi, il “volto” dell’Altro, quel “Tu” che ti sta davanti, sia essere umano o Eterno, non lo allontani, ma così facendo, lo avvicini a te?

GA: Pur non avendo studiato filosofia, mi sono spesso ritrovato a dover rispondere a domande molto stimolanti da questo punto di vista, tanto da appassionarmi alla speculazione su tematiche filosofiche. All’interno dell’opera si potrebbero leggere tra le righe anche Pirandello e Marcel Proust, anzi anticipo ai miei lettori che tra le prossime opere in pubblicazione “Dare Dere Dire Dore Dure” sarà ancora più carica di filo-poesia. L’ idea di una visione da offrire all’altro è sempre stata una mia prerogativa e l’ho voluto mettere su carta, infatti da “La grande seduzione” in molti hanno colto spunti di riflessione diversi.

SS: Tu apri un ampio dibattito su tematiche che hanno già trattato autori come Sartre(l’ “Inferno sono gli altri), Husserl(il padre della Fenomenologia), Heidegger (“Essere e Tempo”)…

GA: La “Grande Seduzione” è sotto forma di racconto, ma il prossimo libro sarà molto più ostico, non ti nascondo che ho molti dubbi sulla pubblicazione di questo poema filosofico, troverai materiale in più rispetto a quello che già hai riscontrato e mi farà piacere sottoportelo. Ti ringrazio per la tua analisi perché mi fa comprendere che ho centrato alcuni argomenti, con i quali ero interessato a stimolare i miei lettori. Ancora oggi mi capita di domandarmi se le immagini sono arrivate in me prima delle parole, o se siano state queste ultime a generare le visioni d’insieme o particolareggiate che fossero.

SS: Hai voluto creare un’opera dai “possibili punti di vista ”, proprio come uno dei massimi esponenti del cubismo, ovvero Picasso, fece nella pittura, infatti oltre i dieci canti, hai sentito la necessità di corredare l’opera con guide alla lettura, schiudendo ancor di più immaginari fra il limite del fantastico e mistico…

GA: Le guide alla lettura sono state una necessità evidente, poiché mi auguro sinceramente che l’opera sopravviva al suo autore e che un giorno vi si accosti anche un pubblico molto giovane. Offrire una visione terza esplicativa, o a tratti addirittura contestatrice, favorirà maggiormente la libera interpretazione.

SS: È stato desiderio di originalità il tuo?

GA: Non proprio. Volevo dare qualcosa che all’umanità mancava, nella letteratura classica e moderna, c’era un’apocope, una mancanza, un vuoto inspiegabile ed io volevo colmarlo. Chiamatela fiducia in sé stessi, superbia, testardaggine, ma volevo provarci e credo di esserci riuscito, o almeno di esserci andato vicino. (sorride ancora)

SS: Quali saranno i tuoi progetti futuri per quest’opera?

GA: Una trasposizione teatrale è già in embrione, ma sarà un processo lungo. Mi rincuora avere accanto, in questa piccola grande impresa poeti come Fabrizio Cacciola e Tania Galletta, nonché la fine dicitrice Clara Russo, con i quali si è ormai creato qualcosa in più di un semplice sodalizio. Ti ringrazio sinceramente Sabrina per il tuo impegno, sperando di averti offerto una visione in più.

SS: È stato un piacere! Alla prossima stimolante scoperta!

Intervista rilasciata da Giuseppe Anastasi a Sabrina Santamaria

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NOVITÀ: “FRASI D’ACQUA” DI PATRIZIA VARNIER

La nascita del primo libro è un evento indimenticabile e rimane impresso per sempre nell’animo di ogni autore. Patrizia Varnier scrive da anni ma, testimoniando la sua grande determinazione e sempre più raffinata maturità letteraria, evitava di raccogliere i suoi preziosi versi in una vera raccolta cartacea. Dopo un lungo periodo di ricerca e crescita stilistica è arrivato anche per Lei il Grande Momento: Patrizia ha deciso di concludere il 2018 con la pubblicazione della sua silloge poetica d’esordio dal titolo “Frasi d’acqua”, edita con cura dalla casa editrice Oceano Edizioni.

Un passo cruciale ed estremamente importante per la carriera di questa interessante, intensa e mai banale poetessa, sempre tanto apprezzata durante le sue numerose performance tra cui vari reading, Verseggiando sotto gli astri di Milano, Bookcity, Poetry Slam etc.

In seguito alcuni frammenti della prefazione, nota biografica e tre poesie scelte tratte dal libro. Alla nostra promettente Artista auguriamo IN BOCCA AL LUPO!

● DALLA PREFAZIONE

– Patrizia scriveva, scriveva versi, pensieri, considerazioni personali e lo faceva nel silenzio, sin da ragazza. Finché un giorno, col suo sorriso dolce e il suo atteggiamento schivo, mi “confessò” che anche lei scriveva poesie. Lessi e capii la sua profondità e la stimolai ad uscire allo scoperto ed a partecipare a selezioni: da allora abbiamo iniziato a marciare insieme ed a confrontarci ad ogni ispirazione. Patrizia è una donna forte, che sa affrontare tempeste guardando verso l’infinità, che sa vedere germogli sotto la neve, che sa commuoversi per un amico e per i suoi drammi, pronta a vedere soluzioni e luce anche nel tunnel più scuro. Ma la sua poetica lascia indagare la fluidità del presente, in cui vero e verosimile rimbalzano in ricerche di certezze sempre mutevoli fra passato e futuro.

Dalla presentazione di Maria Teresa Tedde, poetessa

– Nel leggere le poesie della Varnier si coglie subito la scorrevole piacevolezza del suo verseggiare: v’è una soavità di accenti che colpisce il lettore vuoi per il naturale dispiegarsi dei pensieri che affluiscono in raffinate emozioni vuoi per l’adeguata assunzione di temi, capaci di intenerire e commuovere, di meravigliare e sorprendere, di incuriosire ed interessare. In queste composizioni poetiche non si trova un compiaciuto vaniloquio, frutto di piacere estetico, ma si presenta un fruttuoso colloquio di sé con la natura e gli uomini, di sé con sé stessa, che senza dubbio trae origine da qualche piega dolorosa e triste di un animo non mai tranquillo.

Dalla prefazione del prof. Giacomo Pighizzini, poeta

● NOTA BIOGRAFICA

Patrizia Varnier nasce a Milano ma vive in Brianza da moltissimi anni, affascinata dal verde e dalla dolcezza dei contorni di questa terra che, a un passo dalla città, riesce a mantenere ritmi di vita più rilassanti e umani. È però a Milano, durante il periodo del liceo, che inizia a scrivere, esclusivamente come esigenza personale, espressione necessaria dell’anima: risponde con la scrittura a un richiamo incontrollabile per la visione poetica, che fa parte della sua essenza. Di carattere schivo e riservato, trova nel mezzo poetico lo spazio indispensabile per approfondimenti introspettivi e meditativi, ricerca di risposta alle domande esistenziali, in una naturale evoluzione da stupore adolescenziale a consapevolezza dell’età matura. L’avvento di internet come strumento quotidiano ha reso possibile la condivisione nei social dei suoi lavori più recenti, che hanno raccolto il benestare degli amici e un significativo apprezzamento generale. Sono proprio gli amici, e in particolare la poetessa Maria Teresa Tedde, che la spingono a partecipare ai suoi primi reading poetici collettivi. Importante per lei l’incontro con Verseggiando sotto gli Astri, rassegna poetica a cura di Izabella Teresa Kostka: la partecipazione attiva e positiva alle selezioni ha diffuso in modo professionale la sua scrittura. Molte le partecipazioni a reading e altri eventi poetici, che segue con attenzione, preferendole ai concorsi di settore.

● TRE POESIE SCELTE

INFINITE POSSIBILITÀ

Svezzerò
sogni non ancora nati,
accarezzati a lungo
nelle sagge notti d’inverno
o nelle fresche mattine d’estate.

Lascerò aperto il cassetto
delle folli speranze
condivise fra pari,
innamorati di immenso,
ubriachi di armonia.

Siamo nutrici di neonate utopie
madri di figli non nostri
portati in grembo
con delicata amorevole
responsabilità.

Fragili di dubbi e fatiche
ci rinvigoriamo con inni di eternità,
noi piccole, invisibili molecole,
forti della forza dell’Universo.
Cosa ci può fermare?

Perseguirò il mio compito
fino a che avrò forza nelle spalle.
Su quelle portiamo il nostro destino
e anche se solo piccolo
non ha gambe se non le nostre.

LACRIME

Lacrime,
miracoli straordinari,
sfogo di ansie silenziose.
Scorrono,
spesso senza
nessuna spiegazione.

Formano
gioielli di cui
ci orniamo con fierezza
per giustificare
ferite inconfessabili
ancorate al centro dell’essere.

DOMANDA

La vita preme
spinge mai sazia
di incerto e certo,
domanda ininterrotta
di amore e pienezza.
Cosa siamo
senza questa corsa?

Il mare conosce
la risposta
ma la sussurra invano
E a noi arriva solo un suono
rassicurante
(sciabordio ipnotizzante)
e quieto.

Tutti i diritti riservati all’autrice

TRE POESIE SCELTE DI MARCO MESSINA

Oggi, a distanza di quasi un anno dal primo articolo dedicato a Marco Messina, giovane e talentuoso poeta siciliano, pubblichiamo le sue tre nuove poesie scelte confermando, senza alcun dubbio, la sua profonda intensità espressiva. Auguriamo a questa “Promettente Penna” il meritato e lungo successo.

● BIOGRAFIA DI MARCO MESSINA

Marco Messina, poeta siciliano, giarrese, di 27 anni, nato a Taormina il 7 marzo del 1991. Nel 2004 ha vinto un concorso di poesia, prosa e disegno, “Premio Carmelo Grassi”, organizzato dall’accademia internazionale “Il Convivio” e dal Comune di Motta Camastra, classificandosi 1° con la poesia “Volare”. Nel 2015 è stato vincitore di un premio importante, il Premio Nazionale Letteratura italiana Contemporanea, organizzato dalla casa editrice Laura Capone di Roma. Ha inoltre avuto altri riconoscimenti, tra cui segnalazioni di merito e speciali menzioni d’onore. Ha pubblicato varie poesie sui siti Oggi scrivo, Scrivere, Pensieri e Parole, Accademia internazionale “Il Convivio” e sulla rivista culturale on-line, Cultura oltre. Proprio nella rivista Cultura oltre e sulla celebre e prestigiosa rivista Il Club degli Autori, è presente una sua breve biografia. Alcune poesie sono state recitate in radio, precisamente a Radio Lucrias. Ha ottenuto una stella di bronzo con un ottimo punteggio alla scuola di poesia del Cavaliere Silvano Bortolazzi. Nell’ottobre del 2015, ha pubblicato un libro di poesie, intitolato “L’anima del pensiero” edito dalla casa editrice Montedit, recensito da diverse testate giornalistiche letterarie, come Verso – Spazio Letterario Indipendente e New Sophia (Recensioni a cura di Sabrina Santamaria) e in altre riviste poetiche. Nel 2016 pubblica il suo secondo libro di poesie intitolato “Una vita in bianco e nero” . Molte sue liriche sono state inserite in alcune antologie: “Premio Metauros 2015″,”Parole Libere” e “Cuore volante”.

● TRE POESIE SCELTE

SOLO IO E L’UNIVERSO

Sospeso immobile,
libero dentro,
volo nell’infinito,
in uno spazio proibito,
in un posto smarrito,
dove nessuno sentirà il mio grido.
Viaggio con le ali di un angelo,
con gli occhi di un giovane
che desidera fuggire
da una tempesta di ricordi
e di rimpianti,
che tormentano la mia anima
e travolgono la mia mente,
mentre il mio corpo sparisce lentamente.
Sono ormai trasparente,
figlio della mia anima,
figlio del mondo intero,
figlio di una strana realtà,
figlio di una sola verità.
Sono solo adesso,
solo io e l’universo,
dentro questo blu ammaliante
che mi accoglie in questa notte
con un brivido forte,
che da luce al mio corpo,
che adesso mi dà un volto
e vedo così il mio passato
ormai sepolto.

CAOS ONIRICO

Disperso in uno spazio tetro e nebuloso,
varcai un infido sentiero,
deleterio e infinito,
intessuto di suoni assordanti,
cacofonici e agghiaccianti.
Cercai indefessamente di fuggir
da un astruso incubo scabroso,
che angustiava il mio senno parossistico,
lacerando il mio animo radioso.
Non trovai uscita alcuna
da codesto tormento,
ma un latore di speranza mi aiutò,
in un inesplicabile momento,
redimendomi dalle tenebre
che ghermirono la mia mente,
facendola perire lentamente.
Temei di perdere la ragione
e non pervenire più alla realtà,
che da tempo m’appartiene.
D’improvviso un angelo
mi propugnò,
liberandomi per sempre
da un assillo devastante
che pervase in guisa infausta
la mia mente.

BARABBA

Barabba piangeva un amore perduto,
cantava dopo aver bevuto,
l’ultima goccia non la sprecava,
guardava il cielo mentre fumava.
Barabba osservava la gente felice
e nascondeva la sua cicatrice,
con occhi stanchi e disinvolti
guardava una donna che passeggiava
aveva dei bellissimi occhi
e uno sguardo che lo incantava.
La donna si fermó accanto a lui,
chiese se volesse compagnia,
e si lasció portare via.
Barabba beveva un caffè al bar,
guardava la gente col sorriso sul viso,
ma stavolta anche lui fece un sorriso.
Parló per ore con quella donna,
della sua vita di cui si vergogna,
perchè sperava un futuro migliore,
e invece è finito ad essere un barbone.
Da quel giorno, la sua vita cambió,
con due chiacchere e un caffè,
il suo animo si rincuoró.
Barabba ringrazió quella donna,
che gli aveva salvato la vita,
perchè dopo quel giorno era un uomo felice,
proprio quel giorno che aveva deciso,
di morire da uomo infelice.

Marco Messina

Tutti i diritti riservati all’autore

“VERSO” CONSIGLIA: “UCCIDERÒ PIERO PELÙ” di ANTONIO ENRICO CAMERIERE

Oggi segnaliamo con piacere un nuovo libro in e-book di Antonio Enrico Cameriere “Ucciderò Piero Pelù”. Un po’ di prezioso “humour nero” assai consigliabile!

● Sinossi:

In una Milano degli anni Novanta, Arturo Catalano, un giovane di talento che ha splendide intuizioni visive, si sta preparando alla lavorazione di un film indipendente, come direttore della fotografia.
Con l’inizio della realizzazione del film la sua vita reale pare confondersi spesso con la storia che sta cercando di riprodurre. La linea di demarcazione tra i due mondi diventa sempre più esile. Nella sua mente l’ossessione per la luce, vista come elemento catartico e di astrazione, si fonde con il suo rapporto tormentato con le donne. Cova una non dichiarata misoginia derivante dall’incapacità di rapportarsi con le ragazze.
Il registro della narrazione è mutevole, spesso ironico, ma anche surreale e drammatico, a tratti noir.
Nel mondo interiore di Arturo prendono vita vere e proprie personificazioni che gli consentono di avere un dialogo che sempre di più gli manca nel reale. In questa situazione, quasi per focalizzare la sua crescente rabbia verso il mondo, Arturo concentra il suo odio su Piero Pelù, colpevole di avere una relazione con una ragazza da lui amata tempo prima.
Allora la sua furia rabbiosa gli prende la mano.

● BIOGRAFIA DELL’ AUTORE

Enrico Antonio Cameriere nasce a Reggio Calabria il 17/01/1961. Consegue il diploma di laurea in Scienze Politiche e quello del corso biennale di Cinematografia “Albedo Cinematografica” di Milano.

Esperienze in campo cinematografico:

Nel 1981 inizia a lavorare nel campo delle riprese cinematografiche, come anche di documentari e pubblicità. Collabora ad alcuni film: Colpire al cuore di Gianni Amelio, Amorosa di Mai Zetterling, Io con te non ci sto più di Gianni Amico, prodotto da Bernardo Bertolucci. Prende parte anche alla produzione di importanti campagne pubblicitarie (Campari, Honeywell, Hanorah, Veglia-Borletti, Montedison). Partecipa alla realizzazione di Non solo moda e Gran Prix di Canale Cinque, Scopriamo, scopriamo – Alla ricerca del nostro passato di Rai DSE.

Esperienze in campo letterario:

2004: presente con cinque poesie nell’opera multimediale di Il Filo Edizioni;

2004: presente con una poesia nell’antologia Navigando tra le parole di Il filo Edizioni, curata da Alda Merini.

Collabora, con alcuni racconti, al giornale Lettere Meridiane.

2007 Gli incantatori di fotoni, Città del Sole Edizioni; da questo libro è stato ricavato un trailer teatrale da presentare in alcune importanti librerie romane nella primavera 2008 a cura del gruppo Teatro in libreria.

2010 commedia Padrini padani (testo teatrale in due atti, in scena a Roma nell’aprile 2010 al Teatro dei Satiri e a ottobre 2010 al teatro Trastevere).

2010 commedia Casa padrini padani (testo teatrale, in scena a Roma in piazza San Giovanni in Laterano a settembre e ottobre dello stesso anno).

Ha scritto per La grande testata e LetterMagazine.

2014 Contributor del programma Tweet & Sour di Radio Due

2014-2015 Contributor del programma radiofonico Hashtag Rai Radio Uno

2015 Conduzione del programma video-radio A suon di social su Video Radio Touring

2015 Pubblicazione dell’ebook-audiolibro-libro Il cinema ve lo imparo io. Critiche di un Mafioso, GoWare Edizioni

2016 No hurricane, Meridiano Zero Edizioni

2017 Pubblicazione del libro fotografico Il cuore caldo di New Orleans, NOSM Edizioni

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● Titolo: “Ucciderò Piero Pelù”

Autore: Enrico Antonio Cameriere

Collana: e-stories

Casa editrice: Compagnia Editoriale Aliberti

ISBN: 9788893232883

Data di pubblicazione: 2 Nov 2018

Prezzo: ebook € 9,90

Genere: Humor nero

Pagine: 387

Dove trovarlo:

AMAZON: https://amzn.to/2zaN7e4

KOBO: https://bit.ly/2qiUufy

IBS: https://bit.ly/2PnZw8P

FELTRINELLI: https://www.lafeltrinelli.it/ebook/enrico-antonio-cameriere/uccidero-piero-pelu/9788893232883

REALISMO, INTERIORITÀ SPIRITUALE E PSICOLOGIA NELLA “DANAIDE” DI AUGUSTE RODIN E “PERSEO” DI BENVENUTO CELLINI IN RELAZIONE ALLO “YIN E YANG” E ALLA VIOLENZA DI GENERE di LUCIA BONANNI

REALISMO, INTERIORITÀ SPIRITUALE E PSICOLOGIA
NELLA “DANAIDE” DI AUGUSTE RODIN E “PERSEO” DI BENVENUTO CELLINI
IN RELAZIONE ALLO “YIN E YANG” E ALLA VIOLENZA DI GENERE di LUCIA BONANNI

Il senso della parola latina “Ingenuus” è “nativo, originario, naturale, libero” e trattenersi ad esaminare l’ingenuità del corpo significa vederlo nella sua forma “nativa” e nei suoi tratti “naturali”. All’interno di una specifica fenomenologia il corpo rappresenta un sistema di segni, un codice simbolico che mette in relazione spazio e tempo, presenza nel mondo e comunicazione, materia e spirito, identità e conflitto, immaginario e inconscio.
Presso le comunità primitive il corpo non era visto come un’entità isolata e separabile dalla realtà oggettiva, ma come una zona comunitaria, un luogo cosmico che attraverso la pragmatica dei segni, modellava la comunicazione sociale e quella naturale mentre la danza era mezzo di trasmissione di significati e sintassi dell’ifralingua ossia del significato fluttuante dell’arte sciamanica. Secondo la filosofia greca il senso della corporeietà era affidato a Pan, dio del corpo, dell’istinto e del panico che nel suo valore ambivalente cadenzava la danza tragica. Nella religione biblica prima e nella iconografia cristiana dopo da simbolo coreutico e comparativo il dio del corpo diventa il diavolo, colui che divide, con la pelle, le corna e gli zoccoli di un capro per cui positività e negatività trovano posto nel cielo e sulla terra, mantenendo distinti il bene dal male, la fisicità dallo spirito con la conseguente divisione tra anima e corpo.
L’aspetto simbolico esiste dappertutto e l’intenzionalità del corpo va a coincidere col rapporto di trascendenza tra il corpo, il mondo, l’ambiente, a cui l’uomo, a differenza dell’animale che si adatta, si rapporta in senso dialettico. Nel contesto generale di significazione la mano diviene luogo di relazione col mondo in quanto costruisce strumenti e crea le dinamiche gestuali quale risposta agli stimoli esterni, risposta espressa anche col linguaggio e con la gestualità corporea, ossia con la voce del corpo, da cui prende avvio la comunicazione interpersonale.
Comunicare significa “mettere in comune”, stabilire un rapporto con l’altro, un “essere con”, derivato da un’emozione che può colmare la distanza e rafforzare il legame affettivo mentre è il reciproco “coabitarsi” a dare significato al messaggio emozionale.
Parlare del corpo non vuol dire fare riferimento ad un oggetto del mondo “ma ciò che dischiude un mondo”. Nel processo di conoscenza simbolica l’immagine corporea diviene modello di riferimento tra l’individualità e la moltitudine; in tale contesto la sessualità e il desiderio non sono interpretati come istinti e pulsioni bensì come attenzione all’altro, identificato come corpo e messaggio di scambio simbolico.
Il linguaggio non discorsivo si affida alla comunicazione indiretta, sempre molto insinuante ed allusiva ed è l’abi-valenza del sistema dei segni a restituire un rapporto preciso tra significante e significato, un tipo di complementarietà che instaura un codice inequivocabile. In sinossi con la semantica corporea il linguaggio mimico-gestuale sottintende uno spostamento di senso ed il gioco dell’ambivalenza può diventare espressione incontrollata dei segni si apre alla lingua virtuale che si fa espressione incontrollata dei segni.
Se la mimica è considerata spazio allusivo, la mostruosità come pure la caricatura rappresentano il corpo che dilaga in un tipo di confusione, in un tipo di caos indistinto, che turba e inquieta. In questo caso il sistema dei segni prende avio dalla emotività, da ciò che lo muove, infatti il linguaggio primitivo per esprimere le emozioni faceva uso delle “metafore organiche”, gli organi corporei come sede delle emozioni e questo fa sì che un codice venga tradotto nell’altro (la faccia della casa, la pancia del vaso, i denti della forchetta), formando quella che in poesia è detta personificazione. Occorre dire che la formulazione dello scambio simbolico è costruita dall’Idea che nel suo sviluppo passa dalle sensazioni al ragionamento, unendo il particolare all’universale, trasposti in poesia con la metonimia e la sineddoche, con prevalenza sui codici simbolici e sull’economia libidica, mantenendo la differenza tra il maschile e il femminile e la peculiarità dei ruoli sessuali.
Tale modello di simulazione si ritrova nelle varie espressioni artistiche come ad esempio la “Danaide” di Auguste Rodin ed il “Perseo” di Benvenuto Cellini
L’intera produzione di Auguste Rodin (1840 -1917) si colloca tra il classicismo e la modernità ed è d’ispirazione michelangiolesca in particolare nei “non finiti” che richiamano i “Prigioni” e che possono essere assimilati con la poesia ermetica. Nel dare forma al materiale grezzo, Rodin sembra voler animare il soggetto e nel plasticismo espressivo delle sue opere è possibile rinvenire sia l’interiorità spirituale e psicologica dell’autore sia quelle del soggetto medesimo mentre il marmo sembra perdere la caratteristica di materia immobile e pesante. Nell’opera marmorea “Danaide” Rodin dà forma ad una figura femminile, vista di schiena, in una postura accovacciata, la pelle lucente e i capelli lunghi che sfumano nel marmo in un “non finito”. La curva della schiena, ben definita in ogni dettaglio, è richiamo alla sensualità e all’amore, però rispetto al bozzetto preparatorio l’opera finita risulta più rannicchiata come a voler far risaltare il senso di isolamento e solitudine e la forma scolpita, assai sensuale e morbida, sembra emergere oppure immergersi nel sasso con grande fatica, una sasso che assomiglia ad un grande utero in cui la donna trova riparo e da cui cerca di uscire.
Con la “Danaide” Rodin ritrae una delle cinquanta figlie di Danao, condannata a riempire nell’Ade una botte senza fondo per aver ucciso il marito dietro ordine del padre. In realtà la donna è l’allieva e amante Camille Claudel, (1864 – 1943) piegata dalla sofferenza causata dal frantumarsi del sodalizio artistico e amoroso con il proprio maestro. Alla rottura relazionale per i due scultori seguì un periodo di forte disagio emotivo che entrambi proiettarono nei loro lavori. Rodin scolpì “Fugit amor” in cui realizzò un abbraccio tra due amanti con due figure schiena contro schiena che evocano la passione amorosa di Auguste per Camille e della quale più volte aveva tentato di impedire la fuga. Nello stesso periodo la scultrice realizza “L’età matura” dove è la donna che supplica l’uomo di restare e in cui si può leggere anche l’abbandono in età infantile da parte della propria madre. Alcuni lavori realizzati da Camille in quel periodo, disegni per lo più a contenuto erotico, si rifanno ad un tipo di Kama Sutra sintetizzato nella scultura “Le valse”. Il mito a cui si ispira Rodin è quello derivato da “Le Supplici” di Eschilo (525-455 a.C.) che insieme a “Gli egizi” e le “Danaidi” forma una trilogia tragica, datata intorno al 490 a. C. Secondo il mito greco le cinquanta figlie di Danao andarono spose ai cinquanta figli di Egitto, fratello gemello di Danao, con il quale aveva formato una diarchia sul regno d’Egitto, ma le donne fuggirono, chiedendo asilo a Pelasgo, re di Argo, in Grecia, rifiutando la supremazia maschile, il matrimonio e il dovere della procreazione e le consuetudini del tempo, trasformandosi poi in spietate carnefici. Temendo che le nozze fossero un espediente del fratello per distruggere la sua famiglia, Danao ordinò alle figlie di decapitare gli sposi dopo la prima notte di nozze e soltanto Ipermestra che non si era unita con lo sposo e di cui era innamorata, gli risparmiò la vita.
Qui tornano alla mente i dipinti a olio su tela “Giuditta e Oloferne” di Artemisia Gentileschi (1593-1654) che attraverso le sue opere esprime la profonda riprovazione verso gli abusi sulle donne, il primo si trova a Napoli presso il Museo nazionale di Capodimonte e fu dipinto subito dopo il processo per stupro, subito dalla pittrice, mentre il secondo che si connota per una diversa composizione e gamma cromatica, è esposto alla Galleria degli Uffizi nella sezione dei pittori caravaggisti. A questi dipinti si aggiunge la scultura in bronzo di Donatello, Giuditta e Oloferne, situata in Palzzo Vecchio e in copia sotto la Loggia della Signoria. Anche se il titolo dell’opera di Rodin indica la donna come una delle figlie di Danao, ben descritto da Eschilo, secondo l’interpretazione dello scultore la donna rappresenta il dolore di Ipermestra per aver dovuto lasciare lo sposo oppure un’altra delle altre figlie, spossata e immersa nella roccia ad espiare la propria colpa.
Se la “Danaide” rappresenta la protesta della donna contro il maschio ed elogia la libertà femminile, la Medusa del “Perseo” di Benvenuto Cellini (1550.1571) è simbolo di potere e seduzione femminile, infatti il significato lessicale del nome è quello di “ colei che domina”. Nei percorsi iconografici, riguardanti la Medusa, si ritrovano le opere di Fidia con Eros e Thanatos, le ceramiche, le maschere in terracotta, i mosaici pavimentali, le monete con il Triskeles, divenuto simbolo della Sicilia, la crudezza della realtà con lo scudo di Caravaggio (1571-1610), l’immagine raccapricciante di Rubens (1577-1640) vittima del maleficio in Bernini (1598-1680), la testa in bianco e nero con gli occhi vitrei di Franz van Stuck (1863-1928, pittore simbolista-espressionista, scultore e architetto tedesco) ed ancora Böcklin,(1827-1901) Klimt (1862-1918) e la pittura policromatica di Guttuso (1911-1987) per giungere ai fumetti di Dylan Dog, i Simpson e il marchio di Versace.
Medusa è una delle tre Gorgoni e come tutti gli esseri mostruosi ha un fine apotropaico (allontanare), protettivo contro i malefici ovvero dell’orrido che allontana l’orrido e per questo era posta a protezione dei templi e delle abitazioni. Il destino di Medusa fu deciso da Atena che la punì per aver ceduto alle profferte amorose di Poseidone ossia per aver cercato di sedurlo con la sua chioma fluente, trasformata in serpi e lo sguardo che pietrifica per l’eternità perché la bellezza e l’orrore si fondono nel volto di Medusa. Perseo riuscì ad uccidere il mostro, aiutandosi con uno scudo specchiante che gli era stato dato da Atena e poi donando la testa alla dea che la pose sul proprio scudo. Nel capolavoro di Cellini, realizzato in bronzo, il volto della Gorgone non esprime pathos, ma appare inespressivo e quasi dormiente in quanto l’artista, come pure Michelangelo (1475-1564) con il David, vuol dare un significato di senso all’affermazione della virtus, cioè alla forza morale dell’eroe contro la brutalità e la superbia del mostro, simboleggiate dalla hybris ovvero l’insolente violenza che lede l’onore e la dignità altrui e l’individuo cade nella sfera del bestiale perché non sa riconoscere i propri limiti e, prevaricando il volere divino, subisce la condanna a causa della sua arroganza e del suo orgoglio. . Il mito della Medusa è intriso di paure ancestrali e la sua immagine terrificante rappresenta la somma di quanto di brutto si può immaginare. Il Perseo inizia a prendere forma nel 1545 ed il procedimento scelto dall’artista è quello a cera persa, tipico degli antichi greci. Per prima cosa occorreva realizzare una statua di creta vuota all’interno, cuocerla e ricoprirla di cera, poi con altra creta e in seguito si univano i tre strati con dei chiodi e si cuoceva di nuovo ed in fine si toglieva la creta, i chiodi e si rifiniva. Cellini sapeva bene che più la statua è grande e più difficile diventa distribuire il bronzo, ma non sente ragioni, neppure davanti al Granduca che lo prende per pazzo. La fusione del Perseo si dimostrò assai complessa, la fornace era talmente calda che prese fuoco anche il tetto della casa e per le esalazioni dei metalli e la fatica l’artista fu costretto a mettersi al letto, ma venne subito richiamato perché la forte pioggia aveva spento il fuoco e nonostante l’esplosione della fornace il bronzo era uscito, però era poco fluido perché la lega si era consumata. Allora Cellini all’interno della fornace buttò tutti gli oggetti di stagno che aveva in casa e così il metallo raggiunse la giusta fluidità e la fusione riuscì bene. Fu Cosimo I (1519-1574) granduca di Toscana, figlio di Giovanni de’ Medici, detto dalla Bande Nere), a chiedere all’artista la statua dell’eroe greco quale rappresentazione della vittoria circa l’ assetto repubblicano della città di Firenze. Il Perseo venne esposto per la prima volta in quello che era il luogo destinato alle assemblee e alle cerimonie, ovvero la Loggia della Signoria, dei Priori, dei Lanzi o dell’Orcagna, nel 1554 e tutt’oggi si trova nella posizione in cui era stato collocato; insieme alle altre statue a tema mitologico, presenti sotto la Loggia: la copia del Ratto delle Sabine, Ercole e il centauro Nesso del Giambologna, l’ arte romana Patroclo e Menelao, il Ratto di Polissena, gruppo di figure muliebri, e Piazza della Signoria: Fontana del Nettuno, il David, Marzocco, Statua equestre di Cosimo I del Giambologna, la copia di Giuditta e Oloferne di Donatello (1386-1466), in modo allegorico stanno a significare le vicende dell’antica Firenze. Guardando la statua del Perseo dalla parte posteriore, si può osservare la giuntura della nuca ed il retro dell’elmo e si può notare un effetto ottico, un’illusione pareidolitica che mostra il volto di un uomo, l’autoritratto di Cellini. Alla grandiosità della scultura a scala urbana si unisce l’opera di cesello che l’autore realizza nei particolari dei calzari, nell’elmo e nell’elsa della spada che con il braccio forma un angolo retto. Il fascino seduttivo di Medusa deriva dal fatto che lei non è una giovane inerme di fronte al potere di Atena, ma una donna indipendente, capace di sedurre con lo sguardo mentre la femminilità risorge dalle ceneri del mostro con un nuovo significato del potere ammaliante dell’antica bellezza che nel mito si accosta ai capelli trasformati in serpi, gli occhi di fuoco, le zanne e la lingua penzolante. Il gusto per il conturbante, riscoperto con l’arte barocca, coniugato alla simbologia dello specchio, allo sguardo e alla maschera si assimilano alla violenza di genere ed il mostro leggendario diviene emblema di situazioni orride e violente mentre la funzione protettiva contro i malefici è rapresentata dall’eroe che annienta la ferina superbia dell’hybris. Anche il comportamento di Danao è dettato dalla superbia e dall’orgoglio e le figlie che prevaricano sui loro mariti, causandone la morte, contrariamente alla remissività di Ipermestra che paga il proprio gesto di bontà con l’isolamento e la solitudine.
Pertanto nei soggetti descritti, oltre alle funzioni allegoriche già conosciute, è da attribuire una simbologia in sinossi temporale e di significato con i vari e reiterati accadimenti del presente che trovano riscontro negli atti teratogeni e nella virtus dell’eroe quale espressione di una realtà che pone la donna in un contesto sacrificale oppure di considerazione e rispetto.

BIBLIOGRAFIA DI RIFERIMENTO

Antoinette Le Normand- Claudie Sadrin, Rodin, Giuni Editore, 2018
Odile Ayral-Simona Giordano, Camille Claudell, Formato Kindle, 2013
Anna Banti, Artemisia, Bompiani, 1994
Benvenuto Cellini, Opere, Rizzoli, 1968
Umberto Galimberti, Il corpo, Feltrinelli, 1997
Eschilo, Le supplici, traduzione di Ezio Savino, Garzanti, 2015

Saggio per #Bookcity BCM18, evento “YIN e Yang- elemento maschile e femminile nell’arte e nella letteratura” con Guido Oldani e Giuseppe Langella, nell’ambito del ciclo “Verseggiando sotto gli astri di Milano”.

Foto Umberto Barbera 18.11.2018, Lucia Bonanni presso la Chiesetta dell’Assunta Cascina Linterno a Milano.

TRILOGIA SULLA VIOLENZA ALLE DONNE di MARIA ROSA ONETO

“Trilogia sulla Violenza alle Donne” di MARIA ROSA ONETO

● “Ho amato un bastardo”

Ho amato un bastardo, figlio di ventre materno, sigillato con lo sperma in un’ampolla di carne e sangue.
Ho amato un bastardo, violento per natura, dedito all’alcol, dalla mente distorta. Dall’anima infettata di rabbia e gelosia.
Ho amato un bastardo che mi lavava la faccia con lo sputo, che mi bastonava con parole aggressive,
che si lasciava andare a scoppi d’ira senza alcun motivo.
Ho creduto a un bastardo senza spina dorsale, di cui all’apparenza ero la regina e fra le mura di casa mi strappava i capelli, coprendomi di lividi e torture.
Ho creduto nel bene senza rispetto di un omuncolo da strapazzo che voleva possedermi e oltraggiarmi
come una bambola di plastica.
Ci sei riuscito ad uccidermi, in una notte senza vento, trascinandomi per le scale in un sacco per la spazzatura.
Il mio essere donna finito in un dirupo, dato alle fiamme, scempio di un corpo femminile che ancora reclamava le carezze dei suoi bambini.

● “Maledetta”

Ho speso il cuore
abbracciata alla luna
Notti di terrore
per un amore malato.
La porta di casa
chiusa a chiave,
le mie urla cucite
con il nastro adesivo.
Scorrevano lacrime
come fiumi in piena
Il dolore scavava ferite
lungo un inferno
di falso amore
Erano botte
senza motivo,
un olocausto sessuale
a colpi di bastone.
Parole maledette
che l’anima accoglieva
come viatico
prima di spirare.
Eri Tu il diavolo
incarnato, l’atroce destino
a cui mi ero affidata.
L’uomo infame
che mi aveve promesso
sentimento e rispetto,
riempiendomi di calci
dal mattino alla sera.
Muoio contenta
al respiro del tuo fiato
che per l’ultima volta
mi grida all’orecchio: “Maledetta!”

●“Ci siamo amati”

Ci siamo amati
di un amore crudele,
fatto di rancori e gelosie.
In silenzio
hai rubato i pensieri del cuore,
la gioia serena di una sposa felice.
Ero la tua schiava
tenuta in catene,
picchiata e torturata
ad ogni respiro.
Un nonnulla
bastava per alzare le mani,
per straziarmi la mente
con parole ingiuriose.
Lividi e ferite
solcavano il volto
invecchiato di colpo
Avevo trent’anni, o forse
cento.
Un sorriso spento
si accendeva a guardare
i nostri bimbi: ranicchiati
e tristi in un impenetrabile
dolore.
Ci siamo amati
nel delirio di un’ossessione:
finché morte
non ci ha separati.

Maria Rosa Oneto

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“LA VITA È” di MARIA ROSA ONETO

Titolo: “La vita è”

La vita è dono. Grazia del Signore per chi crede.
Riconoscimento di un bene destinato a finire e per questo da gustare e centellinare.
La vita è speranza e regalo d’amore. Miracolo di due corpi infusi di Spirito Santo. Benedizione, caduta dall’alto per dare alla Terra sfogo del proprio sentire.
La vita è una strada da percorrere, lunga o breve che sia, ad occhi spalancati sulle bellezze del Creato. Profumo di stagioni mai colte. Fragranza di acerbi campi, dove divagando passerotti in gran fermento
La vita è un regalo, spesso inaspettato. Una foresta di bagliori che riflette il mare. Un susseguirsi di emozioni e gioie felpate. Di risate dimenticate all’ombra dei sentieri. Per ogni nuovo vagito, si riaccende la speranza, la malattia si affievolisce, le lacrime scompaiono e ritorna il sereno.
La vita è bramosia del cuore. Canto di un’anima a primavera. Dolce frammento di Eterno, conservato in tasca come un quadrifoglio portafortuna. La vita è leggenda, canovaccio di illusioni, trame d’affetto e bene vero. Talvolta, vergata con il sangue, altre volte con zucchero o veleno. La vita si tramanda di generazione in generazione, senza falsità e brutali inganni.
Con inchiostro indelebile, traccia il solco da seguire per trovare un’umanità più reale e vera. Per non lasciare nulla di intentato alla capacità intellettiva dell’essere; per modificare la psicologia turbata di chi è nato diverso non per sua scelta. La vita è ricompensa certa anche per chi non può camminare e corre, vola con estro e fantasia.
La vita non muore mai completamente. In ogni momento ci aiuta ad avere coraggio, pazienza, perseveranza. Nell’Aldilà, per chi crede, porgeremo ancora poesie. Dipingeremo colori con l’arcobaleno, canteremo canzoni di fiato e armonia. Saremo “santi” pur avendo peccato, con i nostri banali difetti e le solite ipocrisie. Saremo, forse, perdonati e resi gloriosi per sempre nella Pace dei Cieli.

Maria Rosa Oneto

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DOMINIKA ZAMARA PREMIATA AL CONCORSO “POLISH BUSINESSWOMEN AWARDS”

(by I.TK.)

Il 5 ottobre 2018 a Varsavia (Polonia) si è conclusa la cerimonia finale del concorso ” Polish Businesswomen Awards”, organizzata dalla redazione della rivista „Businesswoman & life”.

Evento è stato condotto magistralmente da Jacek Rozenek riscontrando grande interesse e impatto mediatico.

Tra numerosi illustri personaggi del mondo dello spettacolo, della cultura e del business è stata premiata la talentuosa ed eccellente cantante lirica DOMINIKA ZAMARA – soprano di fama internazionale, nata in Polonia e cresciuta artisticamente in Italia.

Dominika Zamara, ritirando il premio per ” l’attività operistica svolta e la promozione della musica polacca classica nel Mondo”, ha inaugurato la serata con la sua angelica voce confermando per l’ennesima volta la sua immensa bravura, il fascino e le straordinarie doti di una vera Diva della lirica.

In occasione del grande evento, ha avuto luogo anche la prima di un nuovo brano musicale dal titolo “Sulle ali del tempo” scritto dal compositore italiano Enrico Fabio Cortese ed eseguito divinamente da Dominika Zamara e Iwona Węgrowska.

Per ascoltare consultare il link:

https://youtu.be/HhxDmr738sc

Articoli correlati:

https://warszawawszpilkach.blogspot.com/2018/10/viii-gala-polish-businesswomen-awards.html?m=1

http://businesswomanlife.pl/viii-gala-polish-businesswomen-awards-zakonczona-sukcesem/

“DOV’È L’UOMO” di MARIA ROSA ONETO

“Dov’è l’uomo” di MARIA ROSA ONETO

Dov’è l’uomo, padre e padrone di un tempo che subliminava la passione con l’arroganza? Dov’è l’uomo che alla vista di una caviglia femminile scoperta aveva un sussulto di erotismo? Dov’è finito il maschio rude, inesperto, analfabeta e poco pulito, che con le mani sozze di concime portava avanti la famiglia e per distrarsi giocava a carte o beveva un bicchiere di vino? Che fine ha fatto l’uomo: minatore, artigiano, servo dei signori, vestito di stracci rivoltati, con poche lire in tasca e pochi grilli in testa? Dov’è finito l’uomo di casa, dedito al lavoro e alla famiglia? L’uomo che non si ammalava mai e che risparmiava pochi centesimi per regalare una schiocchezza alla moglie o per comprarsi un pacchetto di sigarette.
Oggi abitiamo il mondo della violenza, dell’inciviltà e della mala creanza. Nessuno vuole più bene a nessuno. Già da bambini, si viene educati al menefreghismo, all’intolleranza, al bullismo, alla “legge che governa il più forte”. Guai a mostrarsi: deboli, teneri di cuore, altruisti, disposti ad aiutare, a comprendere e sorreggere chi sta peggio di noi! Già da decenni, l’uomo, estromesso del ruolo di marito e padre, è scivolato nella china dell’autodistruzione. Relegato ai margini di un contesto familiare quasi del tutto inesistente, ha perso “mordente”, autorevolezza e persino, identità sessuale.
L’uomo esteta di se stesso, frivolo e narcisista o l’altro, rosicchiato dalla depressione, dall’indolenza e da vizi spesso non manifesti, eccolo diventare: violento, stupratore, delinquente. Di questa trasformazione, una delle cause principali (a mio modesto parere) va addebitata anche alle donne, dalla “rivoluzione femminista in poi”. Il discorso si farebbe lungo e complesso, di non facile spiegazione.
Aver relegato l’uomo, il maschio, in una condizione subordinata ne ha infranto: i valori, la stessa dignità e quel sacro fuoco d’amore e passione che lo distinguevano nel passato.
Di lui, resta ben poco,
se non la speranza di un “nuovo sentire!”

Maria Rosa Oneto

Foto Pixabay

INTERVISTA A VINCENZO CALÒ a cura di SABRINA SANTAMARIA

BIOGRAFIA

Vincenzo Calò è nato a Francavilla Fontana (Brindisi) nell’82. Diplomatosi come ragioniere, ha al suo attivo molti riconoscimenti letterari. Nel 2011 ha pubblicato una raccolta di poemetti dal titolo “C’è da giurare che siamo veri…” per Albatros/Il Filo Editore, nel 2014 la silloge “In un bene impacchettato male” grazie alla deComporre Edizioni, e nel 2016 “Storia di un alito di puzzola”, una raccolta ipercontemporanea di versi anch’essa, per la Winx Edizioni (ordinatela pure scrivendo a info@davidandmatthaus.it !). In campo pseudogiornalistico cura diversi servizi promozionali tra arte, cultura e filosofia spicciola: per esempio, conduce assieme a Giuseppe Di Summa il programma webradiofonico “Le letture che non ti aspetti”, trasmesso via Speaker; collabora principalmente col periodico romano “L’Attualità”, la testata online “Roma Capitale Magazine” e nel tempo libero con un blog, “Suoni del Silenzio”, opera del cantautore Antonio Di Lena. Si è cimentato in rappresentazioni teatrali e musicali: ha partecipato come comparsa a due cortometraggi; assieme al primo responsabile dell’ass. socio/culturale Koinòs, Antonio Maria Karelias Ferriero, si è esposto su YouTube con la serie “Cazzeggiando in sospensione”, curando un laboratorio (sperimentale) psico/culturale; e, sempre per conto della Koinòs, è l’artefice della Poesaggistica, più nello specifico di “All’anima di… Francavilla!”: trattasi di una “passeggiata col poeta”, per le vie del suo paese d’origine, per mezzo della quale ripropone tutto ciò che gli frulla da una vita nella testa, condizionato dal contesto urbano, purché ascoltato da concittadini e turisti davvero curiosi. Dal 2017 intrattiene i bambini animando le piazze italiane nelle vesti del pagliaccio Vincent, grazie alla realtà circense “Anthony and Vincent Show”, fondata anch’essa con Antonio Di Lena. Inoltre ha contribuito alla sceneggiatura di un film non ancora prodotto, ed è l’amministratore del gruppo fb di “Reading Mania”: un’occasione come poche per essere presi in considerazione al fine di organizzare reading letterari, con la partecipazione di vari scrittori a singoli e singolari eventi.

INTERVISTA

S.S.: Secondo te fare Poesia è un atto inconscio, incondizionato o richiede meditazione e una profonda ricerca interiore?

V.C.: È ciascuna di queste accezioni, a seconda del risultato che vuoi ottenere, in presenza o in assenza di un pubblico improvvisato o ricercato.
Perciò urge valutare tutti i pro e i contro dei tempi moderni, cogliere una qualsivoglia evoluzione che si rende veloce a tal punto da non accorgersi della precocità in certi casi, ed essere così pronti ad affrontare le parole come segni o addirittura graffi da sviluppare.
È tutta una questione da armonizzare portandoci all’ascolto di un caos arrecato da diritti e doveri che stanno diventando impraticabili a forza di non ammettere più ch’è importante apprendere qualcosa di nuovo sempre, anche insegnando operazioni matematiche.
Per poi dipendere dall’Ispirazione, che deve essere stupefacente per ritrovare il senso di ogni limite, per ritagliarsi sempre quel tempo, quando ci sentiamo come dei bambini, specie dinanzi alla criminalità, ch’è sempre più aggressiva e disperata.

S.S.: Come sente il poeta l’Amore, come lo percepisce?

V.C.: Come un lavoro per obiettivi, scollegato dal fattore tempo; da fare perfettamente, per rimanere una fonte naturale di emozioni, anche di notizie sui post di chicchessia, e far uscire la sostanza dalla forma dell’ultimo problema che ti fa battere il cuore del Pensiero, roba da esplodere e generare il contemporaneo in un attimo, in chi sa di contatto.
Come una vera sfida; che lega la lingua all’immagine di soggetti sradicati da territori industrializzati, famiglie arricchitesi investendo apparentemente su scelte fondate, di una vita che si calcola in percentuale, ma che necessita d’essere rappresentata all’istante per produrre efficientemente, straordinariamente.
Come la legittimità di reagire almeno quando siamo in pericolo di vita.

S.S.: La società contemporanea dovrebbe riscoprire i vecchi valori? Se sì, in tal senso cosa potrebbe fare l’artista?

V.C.: Succede con l’idea di stabilirsi emotivamente nell’ingiudicabile marasma del precariato, e cioè con la bravura soggettiva nel raccontare delle bugie oggettive… avendo a che fare con la gente, di che creare tra individui che si legano per ipocrisia, che riescono di nascosto a “sbancare” il lunario, ovvero l’ego, e quindi non con un popolo, con una questione utopica, rielaborabile dalla Politica sapendo di non essere in grado di focalizzare la paura di odiare in un mondo di disparità ricavato di conseguenza. I vecchi valori sono come delle radici profonde in un campo incolto, che ci divertiamo a strappare sfruttando dei lavoratori, o addirittura i nostri simili se continuiamo a non riconoscere il fatto di poter amare qualcuno/a/+; di viaggiare possedendo qualcosa, a costo di svanire nella gentilezza, nell’aria che dobbiamo respirare.
Ci vuole della sana leggerezza per toccare di nuovo l’insano profondo, e far riflettere in segreto sulla bontà d’animo da sviluppare per sorprendere sempre e solo chi vogliamo bene.

S.S.: I giovani di oggi, soprattutto gli adolescenti, sembrano disinteressati alla Letteratura, cosa potrebbero fare gli scrittori per destarli da quest’apatia?

V.C.: Rendere singolari delle presentazioni di libri tristemente singole, contaminandole artisticamente e svolgendole persino nei salotti privati, in modo informale apparentemente… basterebbe anche unirle, se non calamitare l’attenzione sui movimenti di un gruppo di amici prima che di scrittori, per non dare modo di pensare che sia necessario vendere un’immagine del tutto individuale spodestando gli altri a scapito dei contenuti magari (e perché no storie di svariato genere letterario, con protagonisti genitori e/o insegnanti incapaci di allearsi per far tornare all’essenziale i giovani e salvarli dal populismo, dalle paure dei poveri che si raggruppano alle parole d’ordine, troppo spesso e volentieri pronunciate dagl’insegnanti del superfluo, roba da crescere male, aspirando semmai a vivere alla meno peggio, che tanto l’importante è crescere appunto, cioè non venire accompagnati a scuola da genitori che per esempio ulteriore, ritenendo che lavarsi non sia chic, digrignano i denti per la Cassazione che stenta ad ammettere i risarcimenti in caso di disservizi nella raccolta dei rifiuti?)… e mettendo comunque così la pulce nell’orecchio ai grandi della Letteratura, che dovrebbero per legge aprire i loro eventi dando modo agli emergenti di esprimersi (come fa ultimamente Saviano) e non di competere essendoci pochissimi posti a disposizione per la ribalta.

S.S.: Il tuo “Storia di un alito di puzzola” è un grido sommesso verso la decadenza sociale e morale degli ultimi tempi?

V.C.: E’ un gioco di parole fermate poeticamente, consultando la tv per un anno sull’attualità in veste pubblica e pensando contemporaneamente ai sentimenti che scateniamo in privato.
Lo si può fare fino a immaginare di masticare la coscienza civile da emarginati; una mentina dimenticabile dalla massa ma non dall’Individuo che si può tranquillamente reputare indifferente ai fatti comuni tanto esasperati dai media quanto annientati dalle verità che ci si annoia però a riconoscere raccontando tutto ciò che siamo per gli altri.

S.S.: Cos’è per te lo stupore di fronte alla bellezza?

V.C.: Apprendere all’improvviso che il male di vivere non consiste nella paura di sbagliare, ma nel fuggire da essa.
Sentirsi di avere bisogno di definire dei lavori gravosi, di fare attenzione a non dire la parola chiave a chi non se la merita, ch’è Eccesso, per crescere, per rendere produttivo un grande patrimonio, quello italiota, affinché non faccia la fine della musica per esempio, soffocata dal rap; come se fossimo condannati al successo per non dire al fallimento delle istituzioni, che dovrebbero avere il vero ruolo educativo.

S.S.: Poetare per te è puro frutto che nasce da una penna innocente? È qualcuno che si solleva tra la massa e decide di far sentire la sua voce?

V.C.: È una pratica svolgibile per non avere dubbi sulla gratuità di una conversazione dato ch’è sempre più complicato distinguere gli abusi dalle provocazioni.
Una poesia può incantare anche se strattonati da colpe assunte, acclarate, ma che si aggravano col silenzio degl’innocenti.
È ridicolo imporsi poetando, verrebbe meno la sensibilità che serve per plasmare la curiosità che proviene dall’esterno se ti comporti in modo insolito, rinfrescando la memoria sull’indispensabile, pacificamente; consapevoli che tutto più finire perché è giusto definirsi prima o poi dal punto di vista concettuale, per dare un senso alle idee, che poi così possono cambiare per sincerarci meglio sulle strette di mano, e continuare a osservare la semplicità dei gesti, mentre si lascia sconvolgere dalla natura delle cose.

S.S.: Parlami di una poesia che dedicheresti al tuo lettore privilegiato.

V.C.: Premesso che le poesie (non è più obbligatorio schematizzarle, persuadendo con la rima, e rischiando di sottodimensionare gli umani sensi allegramente, ricordiamolo… come anche usare le parole!) si dividono almeno secondo me in interessanti (e quindi non importa che siano belle o brutte, alla faccia degli esteti desterebbe piuttosto meraviglia e impreziosirebbe il buongusto già l’intento di sensibilizzare su di una tematica, se insolita meglio ancora, e di tagliarsi dunque con un frammento di Coscienza, ignari della provenienza se l’attimo è fuggente), e indifferenti (mi riferisco a quelle prettamente nostalgiche, come ad aver dimenticato che ci sia uno e più cuori che ancora battono, e di certo mai a vuoto)… allora, premesso tutto ciò, mi torna in mente quella più complessa forse della mia ultima raccolta edita: “O come 0”, in cui mi soffermo in movimento solitario (la O e lo 0 mi suggestionano come la forma della ruota, non so voi!) sulla rassegnazione di molti a proposito della mancanza di alternative in molti, vitali contesti, e di conseguenza della variabilità del valore numerico, reso ahinoi assoluto, a tal punto da volerci stare dentro alla O e allo 0, e godere della malafede, dell’essere limitati… sottosopra, con la testa che gira al minimo urto, e non alla minima carezza…!

S.S.: Quale consiglio dai a chi si accosta alle tue opere per entrare nel vivo dei tuoi versi?

V.C.: Abbi la libertà di leggermi e rileggermi (e se proprio hai il terrore di perderti nel nulla torna ai titoli delle opere), senza che ci si senta giudicati, e cioè inferiori o superiori.
Tanto il tempo con me non si restringe, perché non vado compreso, bensì percepito, piacevolmente, quando meno te l’aspetti, quando la solitudine ha suonato male.
Perché le condizioni di vita cambiano e quindi storicamente ci si deve adeguare, ma presentabili come dei sogni nel cassetto, intenti a chiacchierare su rifiuti irrimediabili visto che si legifera senza fantasticare, cioè senza essere in odore di santificazione con l’accantonamento dei propri interessi.
Mettiti comodo, in ogni dove, come un segreto tra le mie parole; e ti accorgerai che l’onestà intellettuale va riempita nuovamente, emotivamente di istantanee che hanno un prima e un dopo, ossia il diritto a manifestarsi e a confermarsi con in mezzo il dovere di non passare per banale, come quel debito pubblico che nessuno riesce a prendere in considerazione.

S.S.: Raccontami dei tuoi prossimi progetti letterari.

V.C.: Meglio di no, culturalmente bisogna solo concretizzare, le spiegazioni semmai vengono dopo, quando si è in balia degli eventi, ossia delle sorprese una volta fatte…!
Grazie per lo spazio concessomi, e statemi bene!

Vincenzo Calò

Intervista rilasciata da Vincenzo Calò a Sabrina Santamaria