Tre poesie di Maria Rosa Oneto

Briciole di vita

Strade
di lacrime e menta.
Di soldi come
fazzoletti di carta
Cicche che adagio
si spengono in un lungo fiato di fumo.
Finestre oscurate,
dove vivono gli amanti di carne, che benché
vestiti appaiono
già nudi.
Balconi stramazzati
di fiori, sudati di nostalgia, tinti da spruzzate d’amore.
Abbaini
che trattengono:
foglie e piccioni.
Mani di bimbi
che scompaiono
all’orizzonte:
festanti allodole
in cerca
di speranza
e briciole di vita!

Sul divano

Scrivere d’amore
con la testa posata
sul divano.
Un gatto ormai
cieco cerca
una penna per giocare.
Mi sento stanca,
non ispirata,
come se il cuore,
azzerato dal nulla,
non avesse più
la forma per aprirsi,
per donarsi,
per essere degli altri.
Con la mano sulla fronte,
mi proteggo dal sole,
creo personaggi
in bianco e nero
e linee d’espressione
che paiono rughe
su un viso segnato
da passaggi tranviari.
La storia si snoda
su un foglio di carta
strapazzato.
Personaggi al limite
dell’umano,
si rotolano in cerca
di coesione.
Chiudo gli occhi
e aspetto che qualcuno dal suo
letargo
mi chiami!

La giostra

Confetti
sulla sabbia nera
umida di mare.
Conchiglie di zucchero che le onde
trascinano al largo.
Ho gettato il velo,
trapunto di fiori gialli,
nel mezzo
di un intruglio d’acqua.
Pesci e gabbiani
curiosi
vi entrano dentro
come sulla ruota
di una giostra
che non aveva
musica da stordire
e padroni
da pagare
con una moneta
di latta!

Maria Rosa Oneto

Tutti i diritti intellettuali riservati all’autrice

Maria Rosa Oneto

AMO IL SILENZIO (di Maria Rosa Oneto)

AMO IL SILENZIO (di Maria Rosa Oneto)

Il silenzio non ha note. Rabbrividisce nella notte oscura. Parla alla natura con un linguaggio muto, che sa di ringraziamento e preghiera.
Al chiaro di luna o sotto un gravido cielo cosparso di nubi, fa eco al cuore. Tace la città, le famiglie con i bambini addormentati, i pensatori del nulla, i lavoratori con i segni sulle mani, i ladri di professione senza un alibi da inventare, i poeti che nella mente conservano: creatività e un sano dolore per il domani.
Nulla par muoversi o respirare. Soltanto il vento, fischia tra le persiane, come un giovinetto in vena di scherzare. Nelle stanze, la luce è spenta o fievole, velata da una stoffa gettata a caso. Sui muri, talvolta, si disegnano strane ombre che il respiro ingigantisce, percuote o trattiene, quali spiriti del passato.
Il silenzio, solitario e ripetitivo, a ben ascoltarlo, lenisce le ferite, gli occhi umidi di pianto, le angosce a lungo trattenute. È un balsamo, un placebo, che viene propinato gratis e non ha controindicazioni. In esso, possiamo: nasconderci, illuderci, sperare, realizzare sogni e desideri. Persino “truccare” il destino che ci ferisce o le solite incombenze quotidiane.
Trarre dal silenzio, una sorta di guida spirituale, serve a recuperare vigore, distendere i nervi,
placare gli istinti più bestiali. Talvolta, la mente, stanca di ascoltare e incasellare parole, desidera il silenzio come le formiche, il pane per nutrirsi.
La meditazione, le forme del pensiero, la riflessione, debbono trovare sintesi e armonia per potersi esprimere. Nel frastuono, nel caos, tutto si decompone, s’inaridisce e muore.
Ascoltando il silenzio, diventa possibile: ritrovarsi, conoscersi nel profondo, perdonarsi e amarsi.
Anche la Terra, vuole il suo silenzio, quando un albero cade, un animale ferito perde la vita, un paesaggio o un habitat vengono sconvolti dall’avidità dell’uomo. È un “silenzio piegato”, senza risorse, annichilito che tuttavia, di punto in bianco saprà risorgere.
Nelle trame del silenzio, ci riscopriamo ancora bambini, assetati di sapienza, fantasia e conoscenza. Desiderosi di toccare la luna con un dito. In grado di provare affetto sincero, tenerezza e misericordia.
Amo questo silenzio, dove esploro i limiti dell’anima, le personali “chiusure”, le domande senza risposta, il senso vero della sofferenza.
In silenzio ricucio le ferite, i drammi già recitati, i miraggi volati tra le stelle e il mio essere donna davanti al sole che ride!

Maria Rosa Oneto, diritti intellettuali riservati all’autrice

Pubblicato anche su Alessandria Today:

https://alessandriatoday.wordpress.com/2020/05/21/angolo-di-prosa-amo-il-silenzio-maria-rosa-oneto/?preview=true

Foto: Pixabay

“Tempi così e sincronie in volo” di Loredana Borghetto (recensione di Federico Guastella)

Fonte originale: Sololibri.net 18/05/20

“Tempi così e sincronie in volo” di Loredana Borghetto (recensione di Federico Guastella)

La notte oscura del “nostro medioevo” genera un grande disagio e, nel contempo, un orizzonte di aperture più o meno ampio. Mi riferisco con questo pensiero alla poesia di Loredana Borghetto, bellunese e già insegnante di lettere, la cui silloge “Tempi così e sincronie in volo” (Libera editrice Urso, 2020), in due sezioni, si snoda lungo il tracciato del negativo alienante dove l’essere umano si sente ormai bene in compagnia d’una “stretta” assuefazione.
I suoi versi, generalmente brevi e melodici, dai lessemi vigorosi e inusuali e mai monotoni o uguali, fanno anima e con un linguaggio inesauribile puntano lo sguardo sul malessere della società globalizzata. La parola esce fuori dal presente “spento” in uno scenario apocalittico, incrostato di dolore, da orridi incavi danteschi, da abissi labirintici che sono la vita in cui brancoliamo alla ricerca di un senso, di una via di fuga.
Si odono in ogni componimento voci atroci che sensorialmente si sedimentano in ogni fibra dell’io poetico, dal momento che ogni verso è vissuto e sofferto. Nell’ulissiade viaggio sono i mostri quotidiani, identificati nelle mode consumistiche e omologanti, di vacui beni, da indurre alla resa. Fantasmi che dominano per la competizione e sopraffazione che vorrebbero far cadere nel vuoto il discorso poetico.
Nel componimento Vite, pensieri e gesti si svolgono in un centro commerciale popolato dall’anomia di travestiti in contrasto alla genuinità del sentire:

“Vite preconfezionate / in vendita a prezzi stracciati / vite bulimiche impigliate / tra desideri da supermercato / vite dai pensieri corti come uno spot / svuotate in carrelli pieni di disincanto / vite che sfilano con una faccia / indossata per recitare una parte”.

Vi è uno svolgersi di fotogrammi inquietanti che provocano riflessioni sul fondamento stesso dell’esistenza: quella che si vorrebbe ritrovare insieme alla fiducia nell’altro e quindi, in ultima analisi, alla fiducia in sé stessi. Ha ragione Jung quando dice che la vita esige sempre d’essere riconquistata da capo. È dal buio delle incertezze che procede un cercare con profonda umiltà l’istante della chiarezza. Difatti, nel dialogo con sé o l’altro da sé (il “tu” / “noi” implicito o esplicito), Loredana Borghetto, rifuggendo dalla retorica, si rimette in gioco con il bisogno di scrutare “l’architettura sacra del cielo” e cogliere in una distensione dell’animo possibilità di vita.
Ecco, allora, un filo di speranza:

“Abbiamo perso l’ingenuità (forse) / ma il nostro sguardo / cerca ancora sempre / profumo di musica”.

L’inventività sta nel voler vedere un mondo nuovo con la consapevolezza che la guarigione è data dalla bellezza. Ciò significa che la poesia è visionaria; si distacca in modo vigile dalla realtà che angoscia e svela la dimensione salvifica e profetica della parola.
I dati opachi, brucianti e assurdi vengono allora illuminati da una luce trasparente che fuga le insidie:

“l’occhio s’aggrappa a un campanile / lontano aspettando un suono / che sia rivincita su arroganti fragori, / insegue un lembo di cielo che restituisca / anche una sola stella o una fascia di terra / dove ascoltare un canto ancora / in questa babele senza armonia”.

La realtà che delude non sacrifica la passione per la vita; per ogni fine c’è sempre un nuovo inizio vogliono dire i suoi versi; il negativo non si conclude in sé, ma si apre alla rivelazione d’una verità che possa essere. Là dove c’è un faccia a faccia col male, la paura alchemicamente si muta in saggezza che tende a costruire armoniose allegorie ‘in volo’.
L’appello lanciato col ritmo dell’anafora rivela la liberazione dall’assenza:

“Noi che volevamo portare il cielo in terra / noi che ci eravamo eretti a profeti / di una rinnovata umanità / noi che volevamo smuovere / dio dalla sua assenza / lasciamo falsi idoli / e mondi irrespirabili”.

Versi poco consueti, di questi tempi, versi con l’anima. Non riuscendo a sentirsi bene, anela a un cambio di prospettiva nella storia del mondo ed è allora che acquistano più rilievo i timidi e discreti momenti di idilli deliricizzati: il filo d’erba che sottovoce racconta storie di libertà, una goccia di pioggia danzante nell’aria, la lentezza del ruminare parole e pensieri, ali di libertà azzurra, la riscrittura del rapporto amoroso “oltre le ossessioni / di ogni tassonomia”.

Sono alternative possibili all’orrore e alla morte e che svelano di fra le nebbie e nubi ‘l’isola dei Feaci’, dove il sentimento è fondamentale (Verso l’isola dei Feaci chiude la prima sezione). La poesia di Loredana Borghetto, che costa un altissimo prezzo e porta lo stigma della fragilità, ricca e sicura si apre a tempi lunghi e lenti, profumati da teneri freschi germogli. I segni d’una strada trovata mescolati a quelli della crisi del post-moderno si possono più agevolmente riconoscere leggendo la seconda parte della raccolta.
La verità redentrice racchiude felicissimi attimi, sintagmi brevi nella grammatica del paesaggio rinnovato, fervide sensazioni se ci si lascia trascinare dalla corrente vitale:

“Quando ti accade di vivere / sei acqua senz’argini / farfalla posata sull’allegria di begonie / pesca carica di mille sapori / quando ti accade di vivere / non senti odore d’autunno / e anche nell’ombra scorgi / avventure nuove da correre”.

Una dolorosa speranza, colta tra gli allarmi e i sistemi d’una contemporanea odissea, si fa in fondo tensione comunicativa: l’autrice interroga la realtà e fissa l’ora di “favolose congetture” verso “altre delizie” del “qui” irrisolvibile nell’evasione che evita ostacoli e responsabilità. Dalla nera ombra del dolore si giunge così alla possibile ricostruzione del “piccolo mondo imperfetto”. La lirica Non chiuderti evoca un atto di liberazione dagli artifici della socialità e richiama a una conquista di spazi aperti che si dilatano nel pieno dell’universo interiore per irresistibile richiamo di salvezza. Come l’uomo dovrebbe essere, sottratto alle obbligazioni del banale. Là dove c’è più spazio c’è poesia in possibili mappe d’uscita dove ci si inoltra per riconoscere la differenza tra due opzioni: lo stilema dell’essenza e quello d’uno sterile vagabondaggio.

“Ogni buio ha un cuore di luce / e ogni luce ha un cuore di buio / non chiuderti dentro i confini / di una pagina o di un link / tu sei un libro intero / sei l’intero mondo”.

Federico Guastella

ESSERE MINORE NELL’INFERNO INVISIBILE DELL’AFRICA SUB SAHARIANA (di Eduardo Terrana)

ESSERE MINORE NELL’INFERNO INVISIBILE
DELL’AFRICA SUB SAHARIANA
(di Eduardo Terrana)

Foto da Wikipedia

Si usa spesso dire che tutti nasciamo eguali, ma per certi versi questa affermazione si rivela errata se riferita ai minori. Un bambino che ha la fortuna di nascere e crescere in un paese civilizzato, avrà i suoi diritti garantiti e potrà contare su un futuro certo. Ma un bambino che nasce in un paese sottosviluppato, fortemente arretrato, dove ancora è forte la superstizione, la pratica della stregoneria e l’uso di crudeli riti tribali, qual è l’Africa sub sahariana, rischia anche la morte per motivi assurdi. Succede in quest’angolo di mondo, ignorato dalla civiltà, che si consuma, tra l’altro, la tragica ed assurda realtà dei cosiddetti “ bambini stregoni”. Bambini fragili ed indifesi, di età tra gli 8 e i 14 anni, solitamente orfani, albini, caratteriali che manifestano: testardaggine, aggressività, carattere introverso, oppure bambini nati prematuramente, o gemelli, o bambini che vivono nelle strade, o, ancora, bambini handicappati, ritenuti socialmente non accettabili, bambini che meriterebbero tutti particolare attenzione, considerazione, affetto e si trovano, invece, ad essere carcerati, violentati, torturati e destinati anche alla morte perché considerati stregoni!
La stregoneria è una pratica nefasta ancora molto diffusa nell’area sub sahariana.
È ancora l’Unicef a rilevare, con dati agghiaccianti, gli effetti drammatici prodotti da questa credenza popolare che vede nei bambini stregoni non solo i colpevoli di maledizioni a membri della propria famiglia ma anche gli untori colpevoli di provocare malattie gravi, quali la tubercolosi, la malaria, l’HIV e l’AIDS, e ancora: la povertà, la disoccupazione, l’assenza di pioggia e l’infruttuosità dei campi. Ricordiamo, ad esempio, che negli ultimi dieci anni in Nigeria oltre 15.000 bambini sono stati accusati di stregoneria e nella capitale del Congo, Kinshasa, il numero sale a 20.000, di cui 2000 i morti accertati. E non c’è distinzione di sesso, la sorte non muta che si tratti di bambino o bambina.
Sono i Pastori, i sedicenti religiosi, ai quali le famiglie si rivolgono, ad emettere la sentenza di stregoneria e sono sempre loro i carnefici che sottopongono i bambini a sevizie e torture indicibili sino a sentenziarne la morte.
Basta un evento negativo di qualsivoglia genere o natura, che, ad esempio, possa essere la morte di un parente o la perdita di un impiego, o lo svilupparsi di una malattia, per scatenare la caccia al capro espiatorio, che viene facilmente trovato tra bambini che non hanno alcun mezzo per difendersi. Il fenomeno si alimenta d’ignoranza, di assurde credenze tribali e delle condizioni di miseria della gente. Contribuiscono notevolmente la forte credenza nei riti magici e nell’uso di esorcismi, sfruttata dai Pastori per convincere le famiglie, dietro irrisorio compenso, a privarsi dei loro figli marchiati di stregoneria. Contribuiscono, inoltre, i conflitti, numerosi nell’area, che causano un notevole numero di orfani, e il forte incremento urbano delle città che favorisce la disgregazione delle famiglie.
Situazioni, queste, che creano le condizioni più favorevoli al radicamento ed allo sviluppo di questo genere di pratiche.
Una sorte diversa, poi, è praticata ai bambini albini che vengono destinati al mercato occulto. Ritenuti figli maledetti di una relazione incestuosa tra divinità, gli albini vengono uccisi nell’ assurda convinzione che rendano le persone più ricche e potenti. Una volta uccisi, diverse parti del loro corpo vengono usati per preparare pozioni magici o per fabbricare amuleti o essere semplicemente venduti.
Un’altra assurda credenza è, poi, quella secondo cui è possibile guarire se viene consumato un rapporto sessuale con una bambina albina, a sua volta stuprata ed uccisa.
È questo il volto della più tremenda tragedia di questa Africa invisibile dove la realtà dei diritti negati ai minori ancora oggi è più attuale che mai.
La modernizzazione, la globalizzazione, la crescita culturale e sociale, l’emancipazione delle donne, la scolarizzazione diffusa, il rispetto dei diritti umani, la speranza di un futuro, sono traguardi che appaiono molto lontani, anzi sono inesistenti, come è inesistente, in questa parte del mondo, per tanti minori, il diritto alla giustizia. Ancora una volta, al riguardo, le cifre dicono più delle parole. Risultano oggi più di 28.000 minori, tra cui anche disabili e ragazze, messi in carcere anche per futili motivi, senza un processo regolare, senza nessuna difesa legale e tutela dei loro diritti. Nei centri di detenzione, poi, questi minori subiscono anche pene corporali, ritenute accettabili dal sistema di giustizia formale, che ammette anche l’uso di pratiche violente, inclusa la violenza sessuale e persino la tortura.
Altra violenza è quella che si consuma in danno di tanti minori che vengono arruolati con la forza e avviati in operazioni di guerra in sfregio ad ogni norma di tutela di diritto minorile ed in particolare della Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia che vieta espressamente l’impiego di minori nei conflitti armati.
L’Africa dei diritti negati ai minori si concentra in particolare in Niger, il Paese al mondo dove l’infanzia è più a rischio, poi in Mali, Repubblica Centrafricana, Ciad, Sud Sudan, Angola, Benin, Camerun, Repubblica Democratica del Congo e Somalia. Quest’ultima, peraltro, risulta essere l’unico paese dell’ONU a non avere ancora né firmato né ratificato la Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia.
Cambiare questo stato di cose non sarà facile. Servirà un impegno straordinario e un grande sforzo di volontà e disponibilità, per avviare e realizzare un vasto piano di trasformazione, di crescita, di modernizzazione e di sicurezza generale, che faccia leva sul dialogo e impegni ampie risorse finanziarie e strutturali, per portare la luce della civiltà in questi Paesi e dare, finalmente, visibile riconoscimento e rispetto ai diritti dei minori, liberandoli dal giogo della povertà, dell’ignoranza e della violenza.
All’orizzonte, però, non si profilano favorevoli linee d’intesa e d’intervento in tal senso, anche per l’ostinata resistenza dei Capi delle numerosissime tribù, restie ad ogni innovazione che preveda l’abbandono di credenze e pratiche tribali che si tramandano da sempre.
La prossima “Giornata mondiale dell’Africa”, che si celebra dal 2002 ogni anno il 25 maggio, sarà opportuno allora che ricordi agli occhi del mondo e dei governi anche la grave realtà della regione sub sahariana, unitamente agli altri gravosi problemi che ancora affliggono il continente africano, tra cui la povertà e l’esclusione sociale.
La strada per un mondo migliore passa, necessariamente, attraverso il riscatto civile, sociale, umanitario, morale, del continente africano.

Eduardo Terrana
Saggista e Conferenziere internazionale su diritti umani e pace
Diritti riservati all’autore

L’inno ai miti partenopei: “Suoni del Sud-La musica tra i vicoli di Napoli” di Antonio G. D’Errico e Peppe Ponti (a cura di Sabrina Santamaria)

L’inno ai miti partenopei: “Suoni del Sud-La musica tra i vicoli di Napoli” di Antonio G. D’Errico e Peppe Ponti
(a cura di Sabrina Santamaria)L’amore per la musica ha sempre accomunato tantissime generazioni; spesso, può capitare che i giovani si appassionino a generi di musica di altri tempi, infatti alcuni cantanti, per via della qualità del loro stile e per i contenuti delle loro canzoni, sono riusciti a rimanere nella cresta dell’onda, ne possiamo citare alcuni come Zucchero, Celentano, Morandi, fra quelli scomparsi anche De André è un mito che attira molte leve giovanili. Il romanzo “I suoni del Sud- La musica tra i vicoli di Napoli” Antonio G. D’Errico e Peppe Ponti è un inno alla musica, all’arte, anche all’amicizia. È una prosa che racconta le esperienze di un direttore artistico che rende tributo e merito alla musica napoletana degli anni ’70, ’80, ’90 e del decennio che stiamo ancora vivendo. Peppe Ponti, grazie la sua umiltà, la sua genuinità ha saputo scalare tantissime vette giungendo piano piano al successo; ha collaborato con tantissimi artisti validi come Murolo, Mia Martini, Zurzolo, Gragnaniello e tantissimi altri cantanti che hanno fatto la storia della musica partenopea. Lo stile del romanzo è molto leggero, scorrevole e rilassante, coinvolge il lettore nelle avventure di Peppe Ponti anche perché tre le pagine di questo entusiasmante romanzo trasuda la passione con la quale gli autori, in particolare la voce narrante Peppe Ponti, hanno narrato queste grandi esperienze. Il primo capitolo inizia con le vicende autobiografiche del protagonista, la storia familiare e le sue condizioni sociali molto modeste poi col proseguire dei capitoli l’andamento narrativo diventa più ritmico come la voce narrante stesse suonando uno strumento, tanto è vero che prima l’atmosfera è incantata, trasognata e nostalgica di vecchi tempi andati, man mano il ritmo narrativo diviene più veloce, quasi a suggerire l’idea del movimento ai lettori; credo che questa sia una scelta consapevole dei nostri autori per accordare la narrazione, gli stili musicali dei vari decenni e la vita stessa del direttore artistico che si evolve divenendo più frenetica fra i vari impegni che aumentano e progrediscono grazie all’arte musicale. Sicuramente il Sud Italia è immaginato da tutti come un luogo magico, surreale e sublime, caratterizzato da paesaggi di mare suggestivi, insomma una nicchia di mondo che conduce alle porte dei sogni. La musica dei cantanti del Sud Italia ha proprio queste caratteristiche, coloro i quali ascoltano volano fra i meandri dell’infinito ed entrano in una dimensione intima, pura e onirica. Nel romanzo vi sono, fra l’altro, degli spunti comici e divertenti ad esempio quando alcuni fans o i vigili urbani hanno creduto che Peppe Ponti fosse il cantante Tony Esposito oppure la paura di Mia Martini di affrontare i suoi viaggi con qualcuno che potesse essere definito “inaffidabile”, uno degli obiettivi del romanzo è quello di mettere in luce l’umanità e la simpatia di molti artisti al di là del loro talento. Peppe Ponti è stato capace di mediare con tutti gli artisti che si sono messi innanzi il suo cammino, ottenendo traguardi strepitosi come la collaborazione con Rai Trade di Dino Piretti oppure il lavoro impegnativo e soddisfacente della direzione dell’Orchestra italiana; le esperienze di questo direttore artistico non sono narrate con vanto o con vanagloria, non si intravede alcun velo di superbia o finta modestia fra le pagine di questo libro. Gli autori hanno voluto commemorare il ricordo di alcuni artisti, molti fra i quali sono scomparsi. “Suoni del Sud” potrebbe essere un monito a non dimenticare i “grandi” che ci hanno lasciato un segno nella storia, quindi questo romanzo è una narrazione autobiografica che ricalca le orme dei grandi artisti che ci hanno regalato delle emozioni e che sono stati un mito in quanto Peppe Ponti si posiziona sempre un passo indietro rispetto ai cantanti napoletani dei quali egli descrive il loro talento musicale e la loro indole che, in molti casi, riesce a trovare un’armonia con l’animo nobile del direttore artistico. La spontaneità, si lega ai non artefatti ritmi e ai suoni del Sud, è un’altra linea guida fondamentale che alberga in alcune espressioni, spesso gergali e dialettali, la voce narrante non ha un lessico colto e nemmeno troppo elevato; il lessico è colloquiale come se chi narra stesse raccontando la sua storia vis-à-vis e non mediante un canale cartaceo che potrebbe leggere chiunque. Gli autori hanno deciso di percorrere un entourage di elevata importanza, si sono impegnati per portare avanti la mémoire di canzoni che rappresenteranno sempre un mito per noi tutti, basti pensare a “Cu’ mme” di Roberto Murolo e Mia Martina, un capolavoro apprezzato da tutte le generazioni. Gli uomini senza arte di pregio rischiano di dimenticare il senso più intimo e vero della bellezza, è il nostro compito tenere viva la memoria di grandi artisti, sia in ambito musicale, sia in ambito letterario, artistico, teatrale e cinematografico. Ogni tipo di arte migliora l’uomo, lo nobilita e lo eleva alle essenze spirituali dell’uomo, l’eccessiva reificazione mortifica la nostra esistenza a un’oggettivazione troppo rude e fine a se stessa dunque alla luce di queste riflessioni apprezziamo e comprendiamo lo sforzo immane dei nostri autori che in “Suoni del Sud” hanno voluto infondere un testamento d’onore alla musica del Sud e ai suoi artisti che l’hanno rappresentata quindi quest’ultimi sono un’eredità per i nostri giovani e per i posteri affinché non si prosciughi questa acqua nei serbatoi della nostra creatività e fantasia, soprattutto il Sud ha avuto e avrà molti talenti, noi dobbiamo saperli valorizzare e su questa lunghezza d’onda Antonio G. D’Errico e Peppe Ponti agiscono perché credono negli ideali della loro passione: la musica.

Sabrina Santamaria

TRE POESIE SCELTE di MARIA ROSA ONETO

TRE POESIE SCELTE di MARIA ROSA ONETO

Fragole mangiate

Ci portiamo
dietro il destino
come peso gravido
ad una caviglia nera.
Piove fango
su capelli arruffati
dove il Cielo
non riversa mai stelle.
Odoro di letame,
di torsoli di mele,
di pelle scoppiata
per mancanza d’acqua pulita.
Ho fame
di carezze vive.
Di frutti che il sole
ha rappreso.
Gioco nel cerchio
di una bici e gira
il Mondo
sospeso a fragole
mangiate da uccelli
impoveriti!

Fischio del treno

C’erano laghi
secchi d’arsura,
simili ad occhi
senza pupille.
Li cercavo
con le mani,
come un fanciullo
cieco,
curioso di scoprire
la vita.
Alberi cavi,
nascondigli
per anime inquiete,
modellavano le danze,
la faccia degli Indigeni,
il loro spirito tribale
che si adornava
di perline e di colori
stesi su nasi schiacciati.
Senza saperlo,
ero una di loro:
nuda ai venti d’Oriente,
i seni che pendevano
all’ombra di
una palma,
un bimbo di pochi giorni,
legato sulla schiena
e quel caldo
opprimente
che spaccava le labbra
al fischio del treno.

Baciare la luna

Un pezzo di vetro
scaldava la sera.
L’ombra dei cammelli
tornava alle tende
con il passo stanco
di chi troppo ha dato.
Si mangiava
in un unico piatto
senza mai alzare
lo sguardo.
La notte arrivava
improvvisa,
accompagnata
da ventagli viola.
Qualcuno suonava
un piccolo tamburo,
circondato da sonagli.
I bimbi già dormivano
ridendo dei loro sogni.
Abbassai le palpebre.
Le braccia senza peso.
Il buio mi sorprese in
ginocchio a
baciare la luna!

Maria Rosa Oneto, tutti i diritti riservati

Maria Rosa Oneto

Intervista al cantante Alberto Amati: “La musica fa parte del mio DNA” (a cura di Izabella Teresa Kostka)

(by I.T.Kostka)

Ho conosciuto Alberto Amati un po’ di tempo fa su Facebook e, nel mese di dicembre del 2019, ho assistito con piacere a uno dei suoi concerti in Polonia, nella mia città natale di Poznań. Il suo sorriso contagioso e la gentilezza hanno conquistato con facilità il pubblico polacco, permettendo ad Alberto di realizzare i sogni e di continuare con successo la carriera artistica.

In questi giorni abbiamo parlato tanto ed eccomi qui con un’intervista in esclusiva e con un saluto speciale tutto per Voi:

” Buongiorno a tutti cari italiani, in questo momento difficile per tutti volevo ringraziarVi per il vostro coraggio e forza d’animo. Vi auguro una buona lettura e spero che a breve torniamo alla nostra vita normale” (A.A.)

1. I.T.K.: Com’è iniziata la tua avventura con la musica? È stata una scelta personale voluta oppure dettata dalle coincidenze della vita?

A.A.: Avevo circa 6 anni e la mia vicina di casa studiava pianoforte, ascoltavo per ore i suoi studi ed ero affascinato dal fatto che con le mani si potessero creare suoni e melodie. Volevo assolutamente provare anche io e a Natale di quell’anno mio padre mi comprò il primo organetto. A 14 anni dopo anni di studi privati fui ammesso al Conservatorio Giuseppe Verdi di Ravenna ma lo abbandonai dopo un anno perché non riuscivo a conciliare gli studi musicali con quelli scolastici. Non abbandonai mai la musica, da solo infatti cominciai ad arrangiare al pianoforte i pezzi di musica leggera che mi piacevano cantandoci sopra, con gli anni poi mi appassionai più al canto che allo strumento.
Diciamo che la musica fa parte del mio DNA, mio nonno materno infatti era maestro di sassofono classico
e mio padre come mia sorella maggiore sono intonatissimi nel canto.

2. I.T.K.: Cosa significa essere un artista per te? Hai paura del contatto diretto con il pubblico oppure gli eventi live ti donano le ali?

A.A.: Un artista deve sapere regalare emozioni al pubblico, non annoiarlo e trasmettere la propria passione
e amore per la musica. Ho avuto paura prima di salire sul palco della Filarmonica di Cracovia circa due anni fa, ero ospite in un Festival Italiano e dovevo cantare quattro canzoni con questa super orchestra di professionisti dal vivo, avevamo fatto solo mezz’ora di prove la stessa mattina, il teatro era pieno e prima di salire sul palco avevo il cuore in gola. Appena cominciai a cantare sparì tutta l’ansia e finito l’ultimo pezzo non avrei mai voluto scendere da quel palco.
Sinceramente più c’è pubblico e più mi carico, soprattutto quando mi accorgo che si stanno divertendo come me e stanno apprezzando la mia esibizione.

– Concerto a Cracovia:

https://www.youtube.com/watch?v=jmWdN18Bq_k

3. I.T.K.: Raccontaci della tua vita in Polonia: qual è stato il motivo e quando è nata la decisione di traslocare in questo Paese?

A.A.: Nel 2008 iniziò la crisi economica mondiale, lavoravo in un’azienda chimica norvegese che produceva ingredienti per medicinali e durante la cassa integrazione concepii l’idea di trasformare quello che ormai era diventato solo un hobby in un lavoro. Dopo il trasferimento, l’inizio non fu dei più facili, trovarsi in un Paese estero senza conoscere la lingua e la poca esperienza furono gli ostacoli più grandi. Con il tempo migliorai la lingua e il bagaglio d’esperienza fu più ampio e così tutto diventò più facile.
Fondamentali poi per crescere furono i consigli di Gerardo Russo, una gentilissima persona che gestiva dei locali in Polonia dove andai qualche volta a cantare e di Roberto Zucaro un cantante italiano che si esibiva in Polonia già da molti anni. Devo molto a queste due persone, i loro preziosi consigli mi hanno fatto saltare ulteriori anni di gavetta, il che non è poco.

4. I.T.K.: Vedi qualche differenza tra la comunità artistica italiana e polacca? Dove ti senti più apprezzato?

A.A.: Il pubblico italiano è più esigente, bisogna essere continuamente aggiornati con le novità, mentre
il pubblico polacco è più legato ai successi italiani di qualche decade fa e questo rende più facile il lavoro. Riguardo la comunità artistica non posso fare confronti, posso dire che negli anni ho conosciuto qui
in Polonia artisti bravissimi e con molti di loro ho costruito anche un ottimo rapporto di amicizia e collaborazione, con altri meno.

5. I.T.K.: Quali sono i tuoi pregi e quali invece i difetti?

A.A.: Non sta a me dire quali sono i miei pregi ma alle persone che mi conoscono e con cui ho collaborato, peccherei infatti di poca umiltà e soprattutto farei l’errore di essere poco coerente. Sui difetti invece possiamo aprire un fascicolo di 100 pagine, posso riassumere in qualche riga. Pecco spesso di ingenuità, mi innervosisco subito e a volte esplodo in vere e proprie crisi di ira, in quei momenti potrei distruggere la stanza dove mi trovo. Diciamo che non ho la via di mezzo, passo da una calma estrema a un’ira funesta in pochi secondi.

6.I.T.K.: Il COVID-19 ha cancellato tanti progetti culturali, cambiando la vita di tutti gli artisti. Qual è il tuo rimedio contro la depressione e la tristezza di questi giorni?

A.A.: Il nove marzo 2020 ho avuto l’ultimo concerto in pubblico, poi è stato un susseguirsi di annullamenti, mi è dispiaciuto tantissimo per esempio non poter tornare a Cracovia dove era in programma un mio concerto caritativo per la raccolta fondi contro il cancro. Erano stati venduti tanti biglietti e il teatro era già quasi tutto pieno. Avevo inoltre già pronto per la stampa il mio secondo cd nonché gli arrangiamenti nuovi per la stagione 2020.
La situazione per noi artisti si è fatta e sarà molto problematica, viviamo quasi dimenticati e senza aiuti, inoltre siamo stati il primo settore a fermarsi e saremo l’ultimo a ripartire. D’altronde ci esibiamo in eventi dove il distanziamento sociale è nullo e gli assembramenti di persone sono la caratteristica principale. Pensare di tornare a lavorare solamente ad emergenza completamente finita rende tutto sempre più difficile da accettare, soprattutto ora che molti settori stanno già ripartendo. Devo ammettere che ho passato questi mesi in completo isolamento, passando ore a guardare notiziari e programmi dedicati a questo maledetto virus. Ho passato giornate a letto in completa tristezza senza alzarmi e non riuscivo più a concentrarmi sulla musica. Mi sono dedicato alla cucina, alla mia amata pizza, ingrassandomi qualche chilo. Come tanti artisti, dopo due mesi trascorsi così, ho fatto un concerto live sul mio profilo Facebook, per due ore ho rivissuto quelle emozioni che non provavo più da tempo, anche se esibirsi davanti al muro di casa e non davanti a una folla mi ha fatto provare ancora di più la nostalgia del passato. Ringrazio tanto chi mi ha seguito e sostenuto quel pomeriggio.

7. I.T.K.: Come vedi la tua carriera quando tutto sarà finito? Diventerai un uomo diverso?

A.A.: Spero che tutti i sacrifici passati non siano annullati e non si debba ricominciare tutto da capo, si rischia
infatti di essere dimenticati e di perdere tutti i contatti artistici con i vari organizzatori, questa è una delle mie tante paure. Sicuramente sarò un uomo diverso, apprezzerò molto di più quello che magari una volta non apprezzavo e davo per scontato. Sicuramente imparerò anche a risparmiare di più.

Alberto Amati

• Sito YouTube dell’artista:

https://www.youtube.com/channel/UCMHHIDjRsT-NMw_giQfoKew/videos?view_as=subscriber

• Pagina facebook:

https://www.facebook.com/alberto.amati.94

L’intervista rilasciata dal cantante di origine italiana residente in Polonia Alberto Amati, a cura di Izabella Teresa Kostka.

Maggio 2020, Milano

Tutti i diritti riservati

Pubblicata anche sul blog giornalistico internazionale “Alessandria Today” di Pier Carlo Lava:

https://alessandriatoday.wordpress.com/2020/05/14/la-musica-fa-parte-del-mio-dna-lintervista-al-cantante-alberto-amati-a-cura-di-izabella-teresa-kostka/?preview=true

REALTÀ E ANTIMATERIA NELLA VOCE POETICA DI PIERO BIGONGIARI (di Lucia Bonanni)

REALTÀ E ANTIMATERIA NELLA VOCE POETICA DI PIERO BIGONGIARI (di Lucia Bonanni)

“Alziamoci insieme dal nostro quatto accostarci di lucertole
sulla parola.”
cit. Piero Bigongiari

Piero Bigongiari, poeta, traduttore e critico di arte e letteratura, nasce nel 1914 a Navacchio in provincia di Pisa dove i suoi genitori si sono trasferiti da Livorno. Negli anni successivi la famiglia abita a Pescia, a Grosseto e infine a Pistoia, città della frequenza al liceo Forteguerri. Nel 1932 il poeta si iscrive alla facoltà di lettere di Firenze, all’Università, al Caffè San Marco e alle Giubbe Rosse incontra Luzi, Macrí, Betocchi, Gatto, Bo, Cecchi, Parronchi, Montale e Momigliano con il quale si laurea in Letteratura italiana, discutendo una tesi su “L’elaborazione della lirica leopardiana” che sarà inserita da Le Monnier nelle pubblicazioni della facoltà. Tra gli avvenimenti culturali del periodo 1914 – 1936 sono da menzionare le uscite dei “Canti orfici” di Campana, le ”Liriche” di Onofri, “Il porto sepolto” e “Allegria di naufraghi” di Ungaretti, “Ossi di seppia” di Montale, “Isola” e “Morto ai paesi” di Gatto, “Oboe sommerso” di Quasimodo, “Realtà vince il sogno” di Betocchi, “La barca” di Luzi. Sempre con Momigliano con uno studio sulle “Operette morali” di Leopardi nel 1938 Bigongiari discute la tesi di perfezionamento in Filologia moderna e comincia ad insegnare all’Istituto Magistrale Piero Capponi e all’Istituto d’Arte di Porta Romana a Firenze, al Liceo Scientifico di Livorno e all’Accademia di Belle Arti di Bologna e Firenze. Nello stesso periodo incontra Ungaretti con il quale instaura una bella amicizia ed una fitta corrispondenza epistolare, inizia altresì la collaborazione con alcune riviste letterarie del Novecento: “Bargello”, “Letteratura”, “Corrente”, in sodalizio con gli amici milanesi, “Campo di Marte”, “il solstizio dell’ermetismo”, “Prospettive” di Malaparte, “l’estremo campo di prova prima delle rovine della guerra, dove si parla di tutto quanto il fascismo ricusava dell’intelligenza europea del secolo” e nella fase successiva al conflitto bellico partecipa anche a settimanali e riviste salentine quali “Vedetta mediterranea”, “Il Critone” e “Libera voce”. Nel mese di aprile del 1949 sposa Elena Ajazzi Mancini, figlia del Prof. Mario Ajazzi Mancini, proprietario dell’omonima farmacia in P.zza Cavour a Barberino di Mugello, paese situato a piedi della catena montuosa della Calvana, posta tra l’Appennino pistoiese e il Mugello e le province di Prato e Firenze. Barberino è un comune della città metropolitana di Firenze ed il suo territorio occupa la parte orientale della valle attraversata dalla Sieve che ha origine presso la frazione di Montecuccoli sulla Calvana. Abitato fin dalla preistoria, come centro economico l’agglomerato di Barberino nasce solo nel Medioevo con la costruzione della strada della Futa mentre la sua denominazione deriva dallo stemma dei Cattani di Combiate, rappresentato da un uomo con tre barbe e menzionato come fondatore del Castello, edificato su un’altura per il controllo sulle valli della Lora e della Stura. Il periodo di maggior splendore per il territorio barberinese si ha con il dominio mediceo con la costruzione della Villa di Cafaggiolo, oggi patrimonio mondiale dell’UNESCO, allora residenza di campagna dove Lorenzo il Magnifico si reca per le battute di caccia e compone “Il trionfo di Bacco e Arianna” e “La Nencia da Barberino”. Nel poemetto del Magnifico il contadino Vallèra con un alternarsi di espressioni colte e rusticane canta l’amore per Nencia ed enumera “città e castella” del contado fiorentino e delle terre nuove del Mugello, concludendo col dire che il più bel mercato è quello di Barberino, dove sta la sua Nencia. Il comprensorio barberinese vede i colli mugellani, elevati a corona dalle rive dei fiumi e dall’invaso di Bilancino, colline ammantate di verde su cui spiccano antiche pievi, architetture militari e civili, ville e castelli, tra cui Villa Le Maschere dei marchesi Gerini che prende il nome da ventidue maschere, diverse per fattura ed espressioni, scolpite sul frontale ovest, e il castello di Villanova dei nobili Ubaldini, entrambi sulla via Bologna – Firenze. Dagli inizi degli anni Cinquanta fino alla scomparsa dello scrittore, Barberino diviene la “dimora vitale” per i coniugi Bigongiari che abitano nel palazzo degli Ajazzi Mancini sulla cui facciata nel mese di aprile del 2019 è stata inaugurata una lapide in loro onore e memoria. Dopo la morte di Bigongiari, avvenuta a Careggi nel 1997, la vedova fa inumare le spoglie nel cimitero del paese e con lascito testamentario dona l’intera biblioteca alla Biblioteca San Giorgio di Pistoia. Spetta a Paolo Fabrizio Iacuzzi, allievo del poeta, l’incarico dell’allestimento del Fondo Piero Bigongiari, la cura del volume (poesie 1933 – 1963) “Tutte le poesie” e quella delle ultime opere “Dove finiscono le tracce” e “Nel giardino di Armida”, scritto nel giardino degli Ajazzi – Mancini, mentre la collezione di quadri del Seicento fiorentino è conservata sempre a Pistoia nell’antico Palazzo dei Vescovi. Le esperienze letterarie del primo Novecento tendono a sdoganare le regole della sintassi e della punteggiatura e la poesia assume un linguaggio più suggestivo e maggiormente impressionista. Dal 1916, quando Giuseppe Ungaretti pubblica “Il porto sepolto”, i poeti ermetici usano la parola in modo nuovo, irrelata e separata, purezza espressiva e pienezza di significato, similitudini e analogie, pause e spazi bianchi, ritmo personale (sillabico in Ungaretti, vibrante in Quasimodo, cadenzato in Montale), polisenso e polisemia, abolizione parziale o totale della punteggiatura. Il punto di riferimento degli ermetici puri rimane Ungaretti, esponente di maggior caratura di questa poesia tanto ardua quanto nuova in cui emergono anche punti di vista non strettamente ermetici come ad esempio in Sereni, Caproni, Sinisgalli, Gatto e Bertolucci. Il discorso sulla poesia di Bigongiari, in consonanza letteraria con Luzi e Parronchi, si prospetta come una teoria di segni, un codice attuato con la trasfigurazione simbolica dove la formula del “critico come scrittore” si impernia sul tema dell’assenza, dell’attesa e della memoria, riferimenti primari, interni e personali del nesso messaggio – forma di una poetica che enuncia la “letteratura come vita”. Il modello di scrittura in prosa di Dino Campana nei suoi picchi visionari, gli esempi chimerici e notturni dei “Canti orfici” spiegano l’immagine bigongiariana de “La donna miriade”, figura definita nel suo nome “numeroso e plurimo” che suggerisce il movente dell’opera strutturata in prosa e impreziosita da una gamma cromatica alla Klimt. In Bigongiari le nozioni di assenza – attesa – memoria costituiscono il nucleo tematico del linguaggio e la memoria in termini di ricordanza stabilisce una linea di continuità funzionale all’esperienza emotiva. Il pensiero della morte rimanda all’archetipo materno con l’uso dell’istanza visiva e visionaria del viaggio che non diverge e non si oppone agli slanci emotivi, ma diventa proiezione verso l’altro e dell’altro secondo un tipo di ciclicità che ne “Le mura di Pistoia” coincide con la tensione cognitiva del viaggio, espresso nei motivi della partenza, dell’approdo e del ritorno. Nella raccolta “Il corvo bianco” i luoghi dell’infanzia e quelli materni affiorano nelle liriche “Nice -Pisa”, “Calambrone”, “A Pisa”, ma si celebra anche la Calvana, il Mugello e la Stura, il torrente che attraversa l’abitato di Barberino. Con “Scendendo la valle del Serchio”, l’uno de “I fiumi” di Ungaretti, l’altro “sulle fiumare secche” di Bigongiari i due poeti lasciano trasparire l’arcano familiare quale assioma di avvicinamento all’interiorità. “Questo è il Serchio / al quale hanno attinto/ duemil’anni forse/ di gente mia campagnola/ e mio padre e mia madre”. In Bigongiari il riferimento all’ antimateria consiste nella materia – forma, impronta materico – formale che teorizza l’approccio alla modernità e favorisce l’atto della fantasia e la prassi del creare. “Alla base del tentativo di raccordo è quantomeno l’ipotesi d’una critica testuale come collaborazione e complemento a quell’oggetto solo apparentemente finito, il testo scritto quale l’autore lo consegna al lettore”. La produzione del Nostro, sempre eterogenea e versatile, tra le principali opere dell’ultimo periodo annovera proprio la raccolta “Antimateria” in cui si rivela la spiccata sensibilità e l’acuta percezione dell’autore verso una materia immaginaria, assimilata alla materia reale. L’impianto lirico del libro si articola in nove sezioni (Lingua unica, Materia – Forma, Terre emerse, Plancton, Il segno muta, La parola insensata, Gli animali parlanti, Suite newyorkese, Trasmutazione) così da evitare la congruenza tra un reale ed un altro reale antitetico al primo con la cristallizzazione dei segni, invece la parola quale topos letterario tende a costituirsi nella parola insensata, la parola innervata di sensi, che recupera se stessa negli archetipi primordiali. “Ti chiamo fratello perché ho esaurito tutti gli altri nomi/ ma forse il nome è ancora l’inferno di una bugia/ Vieni anonimo al mio fianco, tutto quello che mi è accanto/ è in me”. In questo, come in altri componimenti, unitari se pure divisi in strofe, in versi polimetrici liberamente rimati con rime perfette e imperfette, i frequenti enjambement, l’agilità lessicale, gli spazi bianchi e i silenzi, le immagini mataforiche, il poeta va nella direzione dell’essere umano, chiamandolo fratello, parola “integra e sacra” nella forma che svolta nella “parola – mano”, la “parola – bocca”, “la parola – uomo” ed invita a guardarsi e a sorridere “sulla terra spaccata/ dalle sue vene profonde” mentre il continuo ricorrere all’antimateria ossia alla materia illusoria, fantastica e irreale giustifica il ripetersi degli elementi tematici dall’una all’altra sezione in cui si articola il testo. Le affinità della parola di Bigongiari con quella di Montale risiedono nei legami fonici, nelle strofe disuguali ovvero, come in Montale, formate anche da endecasillabili, negli spazi bianchi, nel verso lungo novecentesco, nell’alternanza dei versi, nelle argomentazioni e nelle riflessioni che rimandano al paesaggio esterno e a quello interiore, Nel poeta genovese l’aderenza all’oggetto diviene invocazione affinché non si chieda, non si domandi una parola che possa far quadrare le informità dell’animo oppure una formula in grado rivelare mondi nascosti perché la vera impronta dell’uomo è quella che la calura “stampa” sull’intonaco di un muro scalcinato e riarso. “Le antiparole del dramma” risulta essere uno dei componimenti fondanti di Antimateria in cui “le costanti di situazione o frequenze nominali” sono disseminate nella scrittura ed emergono nei toponimi e nei motivi simbolici. In questa alternanza di esposizione alle diverse gradazioni di luce si accorcia la dimensione dello spazio – tempo e il silenzio preverbale, l’assenza di suono che precede la parola, distingue e separa l’indicibilità dal dicibile. “Separava – o univa – cielo e mare/ il segno che tracciava la sua riga/ attenta, anche compunta, non felice/ né infelice: il sospetto di una riva/ tra fulmini o un candore di vetrate”. Nell’opera bigongiariana la matrice larica combacia col viaggio compiuto nel Mar Sottile, il mare interiore che l’essere naviga prima di poter raggiungere la completezza del sé, e questo girare tra le terre dei lari collima con l’autobiografia del poeta ed è sempre l’essenza della parola a suscitare un’altra parola. Infatti il vocabolo “sangue” richiama i giorni della guerra a Firenze “I lari sobbalzano ancora sui carretti di guerra,/cola il sangue tra le fessure, riga via Ricasoli/fin d’un labirinto che ho seguito a capo chino” e il lare oltre alla funzione protettiva assume una connotazione di urgenza, di disastro, una insensatezza di senso come si riscontra nelle diverse impronte del linguaggio bigongiariano. Qui la parola tocca il tangibile, lo traguarda, lo allontana da sé e, rincorrendo la parola che “significa”, realizza l’oggetto. “Laggiù l’isola/sfavilla, una Gorgona piena d’aria/impietrita, mia vita che a San Jacopo/bevi ancora caffè e l’acqua viva/ cerca la terra[…] ma bagnate/ le ciglia ora dai flutti che immortalano/ la loro eternità nel Mar Sottile, / i datteri di mare che si radicano/ nella pietra, la pietra che si radica/ in un fiore selvaggio e inattendibile”. Il poeta si trova sul lungomare di Livorno nella piazza di San Jacopo in Acquaviva e mentre il mare con la sua “acqua viva” per quella documentata e non più esistente polla di aqua dolce, lambisce la pietra degli scogli dove i mitili stanno confitti, mira l’isola della Gorgona che da lontano appare lucente, ariosa, ma al contempo ferma, aerea ma allo stesso tempo simile ad un ammasso di pietra. Echeggia in questi versi la prosa diaristica di Campana che, ricordando il viaggio alla Verna, descrive la Falterona come un gigantesco cavallone, un’onda enorme, pietrificato e di colore verde e argento da cui traspare il sorriso della dea Cerere. Ma ritorna anche il mito allegorico della Gorgone che ghiaccia quanti osano guardarla negli occhi, come a dire del tratto distintivo e chimerico della poesia ermetica. Non è semplice tematizzare l’attività poetica di Bigongiari, più che di temi bisogna parlare di motivi, più precisamente di moventi quali categorie e sistemi di astrazione. La matrice orfica, recuperata nell’opera di Bigongiari, compare come elemento reale a difesa del dettato poetico, della sua verità, della sua natura e del suo orfismo. E la memoria orfica, che sia o non sia provvista di coscienza, non richiede tale percezione perché è immediata e sa costruire anche al di fuori del suo universo per cui non necessita “di una coscienza posseduta come cosa altra da se stessa, giacché il valore memoria, in tale disposizione orfica, ha sussunto naturalmente il valore coscienza”: Per gli ermetici l’oggetto della poesia non è più la negatività, la privazione, la mancanza di una forma, la consuetudine del divenire, ma la disposizione ad accogliere il sentimento, il messaggio dell’animo, la morte come principio di sostanza e razionalità, e “per il poeta, la categoria più cordialmente sentita sarà la sua velarità, la sua trasparenza: e questo sarebbe un ritorno all’oggetto come allegoria”. Come nella tradizione di Ungaretti e Campana per Bigongiari il viaggio è conoscenza e recupero delle proprie radici mentre la triade morte – vita -viaggio è richiamo all’archetipo dell’origine con la presenza degli elementi acqua e terra. L’oltre presuppone sempre un approdo che talvolta può coincidere col punto di partenza o viceversa in una tensione ciclica da cui trapela la dinamicità dell’orfismo mentre gli elementi topici della poesia del Nostro, l’amore, il dolore, la morte, sono orientati verso la semantica dei segni e l’azione vibrante della parola. Di conseguenza il lare può essere rappresentato da un colore, un profumo, uno scorcio, un personaggio, un suono, ma non resta confinato nel proprio limbo bensì si inserisce e si integra nel discorso lirico. La “mosaicità” del titolo Antimateria è riferita alla missione del poeta, in questo caso del poeta novecentesco, isolato nella confusione dei segni, allusivi per sonorità e forma; non a caso esiste il riferimento bigongiariano alla pittura di Pollock, anche in concordanza al tracciato di quella parola dagli innumerevoli sensi. Come ultimo discorso di complemento e raccordo con l’intera opera di Bigongiari, bisogna dire di quei “rari poeti e i nuovissimi (che) tentano una memoria di natura orfica, una memoria che non ha bisogno di fingere perché non si distacca mai da se stessa, ma giace perennemente nel limite di un’eterna presenza”

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

SILVIO RAMAT, Invito alla lettura di Bigongiari, Milano, Mursia, 1979

SILVIO RAMAT, L’ermetismo, Firenze, La nuova Italia, 1969

PIERO BIGONGIARI, Antimateria, Milano, Mondadori, 1972

UNGARETTI, Poesie, Milano, Mondadori, 1983

PIER VINCENZO MENGALDO, a cura di, Poeti italiani del Novecento, Milano, Mondadori, 1990

C. CAPPUCCIO, a cura di, Poeti e prosatori italiani, Firenze, Sansoni, 1961

ADRIANO GASPARRINI, Barberino di Mugello, una storia millenaria, Firenze, Polistampa, 2008

BRUNO BECCHI, Scritti sul Mugello, Borgo san Lorenzo, il Filo Edizioni, 2017

Lucia Bonanni

Tutti i diritti riservati all’autrice

Lucia Bonanni

TERRORISMO INQUIETUDINE DEL NOSTRO TEMPO (di Eduardo Terrana)

TERRORISMO INQUIETUDINE DEL NOSTRO TEMPO

di Eduardo Terrana

La giornata del 9 maggio, dedicata “alla memoria delle vittime del terrorismo interno ed internazionale”, ci propone una riflessione sul fenomeno del terrorismo.
Ricordiamo che il 9 maggio rappresenta uno dei giorni più bui della storia della Repubblica Italiana, perché il 9 maggio 1978 furono uccisi il presidente della Democrazia cristiana Aldo Moro, per mano delle Brigate Rosse, e il giornalista Peppino Impastato, vittime della violenza terroristica e mafiosa.
Rendiamo loro omaggio, unitamente a tanti altri protagonisti della vita e della storia della Repubblica, vittime del terrorismo in Italia, che pagarono col sacrificio della vita il loro servizio allo Stato. Rendiamo omaggio anche ai tanti semplici e umili cittadini, vittime innocenti e per caso, coinvolti nei fatti di terrorismo, che nel solo periodo 1960-1980, gli anni di piombo, registrarono 11 stragi, circa 2000 attentati e 15mila atti di violenza, motivati politicamente contro persone o cose, che causarono 520 morti e oltre 3000 feriti .
Rendiamo omaggio, però, anche alle vittime di eventi terroristici a livello internazionale, che sono ancora decine di migliaia ogni anno, sia in Occidente che in Asia ed in Africa, e in modo rilevante in Siria, Afghanistan, Nigeria, Somalia ed Iraq.
Ricordiamo che il terrorismo in tutte le sue forme e manifestazioni rimane una sfida globale che provoca danni permanenti a persone, famiglie e comunità, producendo cicatrici e traumi profondi nelle famiglie delle vittime e nel tessuto sociale del Paese, che non scompaiono mai, soprattutto nei minori.
Condanniamo, pertanto, il ricorso ad ogni uso politico della violenza e del terrorismo sia a livello interno che internazionale, fenomeno, purtroppo, ancora oggi molto esteso e praticato, che preoccupa e costituisce oggetto di attenzione e dibattito a livello politico e diplomatico sia in Italia che in altri Paesi del mondo, in particolare dopo l’attentato alle Twin Towers di New York dell’11 settembre 2001.
La pericolosità e la drammaticità del fenomeno terroristico e della violenza politica è espressa dai dati forniti ogni anno dal Global Terrorism Database, GTD, la più importante banca dati a livello mondiale, che cataloga oltre 180.000 eventi terroristici, verificatisi nel periodo temporale che va dal 1968 fino al 2017, e rileva, in particolare, un picco impressionante di eventi terroristici, nel periodo 2000-2017, causato anche dalla guerra in Siria e dal successivo intervento internazionale contro l’ISIS, che ha prodotto, dal 2011al 2017, circa 147.000 morti e 303.000 feriti.
Lo stesso GTD esprime un parere, da tenere sempre in seria considerazione, che definisce un attacco terroristico come “la minaccia o l’uso reale di forze illegali e della violenza da parte di un attore non riferibile ad uno Stato, quindi un individuo o un gruppo di persone, per raggiungere obiettivi di natura politica, economica, religiosa o sociale attraverso la paura, la coercizione e l’intimidazione”.
La minaccia terroristica viene, pertanto, non da uno Stato ma da singoli gruppi o persone che agiscono per scopi diversi in modo cruento ed imprevedibile.
E “l’Imprevedibilità” è l’ aspetto che più di tutto preoccupa, crea tensione e fa paura, e si va ad aggiungere alle altre insicurezze che insidiano l’esistenziale quotidiano: lo scippo al mercato, le violazioni domiciliari, i rapimenti, le aggressioni, e le violenze di vario genere su anziani, donne e bambini.
Sale, di conseguenza, nelle persone l’incertezza del vivere. Nessuno più si sente sicuro e padrone della propria libertà, libero di vivere i propri spazi urbani in tranquillità e vede il pericolo ovunque.
E il terrorismo fa paura! soprattutto quello di matrice islamica dell’ISIS, che fa registrare nei sondaggi un preoccupante 38 per cento.
A contribuire in maniera incidente in questo senso sono anche gli ultimi eventi terroristici verificatisi in Francia con l’attacco alla sede della rivista satirica Charlie Hebdo, 7-1- 2015, con 12 morti, e quello contro la sala concerti Bataclan, novembre 2016, che ha provocato 130 vittime nella capitale francese; ma non meno gravi sono stati gli altri due attacchi rispettivamente il 13 novembre 2016 allo Stadio di Francia, con un morto, e nell’11/mo circondario di Parigi, con 39 morti; fatti preceduti dagli attentati a Bruxelles in Belgio, in Germania, in Inghilterra e ancora in Francia all’aeroporto di Orly. E il rischio che succeda ancora e all’improvviso è molto elevato e tale è avvertito da tutti.
“ Nulla sarà più come prima “ s’è detto, all’indomani dell’11 settembre 2001, giorno del tragico crollo delle torri gemelle negli USA, che, per gli avvenimenti che lo hanno caratterizzato, si erge a simbolo, a mio avviso, della realtà emblematica del mondo d’oggi e del tempo in cui viviamo e quella affermazione a tutt’oggi, purtroppo, non ha perso il suo sinistro significato, se ancora registriamo con una continuità impressionante ed allarmante minacce ed eventi terroristici.
Davanti alla realtà di avvenimenti così tragici e sconvolgenti, ci scopriamo tutti, nessuno escluso, più vulnerabili e impotenti , in un mondo senz’anima, costretto a conoscere il dolore di chi è costretto ad abituarsi a vivere all’ombra del terrorismo, costretto a provare odio e a recare offesa a quelle minoranze etniche che sperano di trovare in occidente un domani migliore e che invece si ritrovano ad essere guardati con diffidenza e con disprezzo.
Sono forse questi gli obiettivi dei terroristi e lo scopo delle loro azioni? Colpire non solo la vita ma anche il gusto per la vita? Che è tutto ciò che fa di una società civile una comunità “ umana “ in cui è piacevole vivere?
Sono questi interrogativi pesanti, su cui grava la paura dell’incertezza perché il terrorismo ha incrinato in ognuno quella condizione base della vita quotidiana che è la prevedibilità del domani, senza la quale non prende avvio nessuna iniziativa e le azioni che abitualmente ci impegnano ricadono su se stesse, perché hanno perso importanza, spessore, investimento, valore e al loro posto è subentrata, sottile e pervasiva: l’angoscia dell’imprevedibile!
La chiamo “angoscia” e non “paura” perché la paura è un ottimo meccanismo di difesa che la natura ci ha messo a disposizione per difenderci dai pericoli visibili e determinati, per cui, ad esempio, davanti all’avvicinarsi di un incendio, per paura, scappo.
Ma di fronte all’imprevedibile, di fronte all’indeterminato non posso scappare, e allora il meccanismo che si attiva non è quello difensivo della paura, ma è quello paralizzante dell’angoscia che svela la vulnerabilità della nostra tecnologia, arresta lo sviluppo della nostra economia, intimorisce il mondo della vita che si fa più prudente, più cauto, più riparato, meno espansivo, più contratto.
In un immaginario vocabolario delle svariate emergenze che ci stanno di fronte e sono fonte di paure, ansie, angoscia e depressioni , segniamo allora” la paura del terrorismo”, che, in piccole frazioni di tempo, può farci percepire quanto precari sono i pilastri della nostra fiducia nel domani.
Ad aggravare poi la nostra angoscia dell’imprevedibile è il sapere che i nemici che ci stanno di fronte non sono visibili.
La conoscenza di una reale situazione di pericolo, quale è quella di un nemico, permette, per istinto biologico di conservazione, di prevederne le mosse e di approntare una difesa, ma la volontà di suicidio di un terrorista toglie anche questa possibilità di lettura del futuro, l’unica considerata possibile peraltro perché ancorata alla base biologica della vita umana. E allora l’angoscia si espande, si moltiplica ossessivamente, in uno scenario dove gli oggetti più innocui possono assumere le sembianze del pericolo, mentre i volti meno familiari quelle inquietanti del sospetto.
La condizione di paura ci assedia, a livello psichico e sappiamo bene che quando è imprigionata l’anima diventa difficile produrre cultura, arte, scienza, amori, affetti, progetti, speranze.
Il ritorno del terrorismo, internazionale e nazionale, ha determinato, dunque, il riacutizzarsi di una diffusa apprensione in tutti i paesi, determinando ovunque una condizione di vita usuale di precaria fragilità e il futuro appare avvolto dall’incertezza e dal terrore dell’ignoto.
Se lo scontro posto dal terrorismo non è scontro d’interessi, ma di civiltà, allora va opportunamente considerato che nella guerra contro il nemico invisibile la universalità dei diritti umani serve più di ogni scudo spaziale.
Se il terrorismo trova la sua ragion d’essere nella lotta contro la globalizzazione, intesa come progressiva erosione di tutte le culture diverse da quella occidentale, allora la crisi può essere risolta positivamente a condizione che venga affrontata con chiarezza di idee e con il coraggio di riformare a livello planetario quello che non è più efficace, migliorando il livello della qualità della vita, della condizione umana e il livello culturale dei popoli, a fronte di un futuro che ci appare avvolto dal terrore dell’ignoto.
E su questo terreno le tecnologie possono dire qualcosa, soprattutto quando sono pensate ed impiegate come strumenti per trasformare, in senso di civile vivibilità, i luoghi dell’esistenza umana, e se chi le progetta si pone con forza e serietà l’obiettivo di realizzare sistemi capaci di integrare diverse culture e visioni senza annullarne le specificità.
In tal senso è la “ Speranza” che i governi dei popoli vincano le loro incompetenze e realizzino un grande passo avanti del sistema internazionale verso forme migliori di governabilità , di crescita umana e di progresso dei popoli.
Ritengo fondamentale ed indispensabile, rilevare,a livello educativo e formativo, che il diritto alla speranza sia requisito che deve essere assolutamente tutelato per i figli, in qualunque momento e in qualunque circostanza, anche quando sembra prevalere l’ansia o lo sgomento.
Il domani per un bambino deve rappresentare sempre uno spazio temporale orientato alla fiducia e alla speranza.
I fatti criminosi o terroristici non possono uccidere il diritto alla speranza dei bambini e delle famiglie che li crescono.
Per questo non bisogna cedere alla tentazione di trasmettere loro l’idea che il mondo è solo pericolo e che il futuro fa paura, perché questo significherebbe uccidere in loro la speranza del domani!

Eduardo Terrana
Saggista e Conferenziere internazionale su diritti umani e pace
Diritti riservati all’autore.