DIRITTI UMANI E GLOBALIZZAZIONE L’ILLUSIONE DI UNA CRESCITA (di Eduardo Terrana)

DIRITTI UMANI E GLOBALIZZAZIONE L’ILLUSIONE DI UNA CRESCITA

Di Eduardo Terrana

Foto Pixabay

Non tutto il mondo si muove all’unisono verso i traguardi del benessere e del miglioramento diffuso, ciò perché la globalizzazione più che includere esclude dal benessere individui e popoli; trasferisce la ricchezza dai poveri ai ricchi; si diffonde un modello unico di sviluppo che prescinde da tutti i valori locali e distrugge le diversità.
Insomma la globalizzazione genera più vinti che vincitori e dà solo l’illusione di una crescita e di un benessere generalizzato e globale. In tale ottica si preclude ogni auspicato avanzamento su fronte dei diritti umani e di miglioramento delle condizioni dei popoli meno abbienti del Pianeta. Le statistiche sembrano avallare queste paure. Nel XVII° secolo la differenza di ricchezza tra nord e sud del mondo era di 2 a 1, nel 1965 era di 30 a 1, oggi è di 70 a 1.
Oggi la ricchezza è più grande che in qualsiasi altro periodo della storia umana ma la miseria colpisce quasi la metà della popolazione mondiale.
Il 20% dell’umanità possiede l’86% di tutta la ricchezza del mondo. L’80% più povero dispone appena dell’1,3% delle ricchezze del mondo.
Un miliardo e 500.000 persone vivono con meno di un dollaro al giorno, arriveranno a due dollari, e sarà una conquista!, entro il 2025.
Il patrimonio delle 200 persone più ricche del mondo è passato da 440 miliardi di dollari a più di mille miliardi di dollari in soli quattro anni. Tre multimiliardari, gli uomini più ricchi del Pianeta, hanno un reddito che equivale al prodotto interno lordo di 49 paesi sottosviluppati, dove vivono 600 milioni di individui.
L’indebitamento dei paesi sottosviluppati negli ultimi anni è raddoppiato.Le disuguaglianze vanno crescendo. Negli ultimi 25 anni circa 200 milioni di persone sono morte per fame; un miliardo 300 milioni di persone non ha acqua da bere e non solo potabile!
Nell’anno 2050 mancherà acqua potabile per il 40% della popolazione mondiale. La carenza di acqua potrebbe generare dispute che potrebbero sfociare in conflitti e guerre. Il fenomeno peraltro è reso sempre più grave dalla scarsità delle precipitazioni.
Il processo di globalizzazione sta concentrando il potere e le ricchezze sempre più nelle mani di pochi. Circolano i capitali, ma non la forza lavoro.
I Paesi in via di sviluppo hanno l’obbligo di aprire i propri mercati ma non hanno accesso alla tecnologia.
Il divario aumenta anche all’interno dei singoli Stati. In Russia, adempio, il 20% più ricco dispone di un reddito 11 volte superiore a quello del 20% più povero.
Insomma il globale dà, il globale toglie. Prende la nostra vita, cambia le nostre abitudini e le nostre relazioni, modifica i nostri rapporti familiari e sociali. Cambia il nostro lavoro per effetto dell’inarrestabile tecnologia in un mondo sempre più interdipendente e ci impone le multinazionali.
Saltano così le vecchie e sane tradizioni. Mangiamo nei ristoranti delle multinazionali, facciamo la spesa nei loro supermercati, depositiamo i nostri risparmi nelle loro banche, almeno chi se lo può permettere, vestiamo i loro vestiti, alla cui confezione magari hanno lavorato bambini al di sotto dei 12 anni.
Fenomeno veramente incivile quello del lavoro minorile! Sono oltre 250 milioni i bambini al lavoro nel mondo di cui oltre la metà impiegati a tempo pieno. Per loro non c’è infanzia e adolescenza. Per loro non ci sono carezze genitoriali e prospettive di istruzione e di crescita. Per loro non c’è riconoscimento di diritti come non c’è spazio in cui possano trascorrere un momento di allegria magari correndo dietro una palla fatta di stracci o di carta.
E nel mondo le multinazionali prosperano. Sono oltre 60.000 ma quelle che contano sono poco più di 600.
La globalizzazione così, anche se resta un fenomeno che non si può fermare, disorienta e fa paura, perché non ha un volto umano.
Andrebbe allora valutata e guidata meglio anche in un’ottica di crescita e di sviluppo della Persona umana, mentre così come viene concepita e realizzata proietta in una dimensione lontana la speranza di una umanità di uguali anche in senso economico.
Eppure si pensi che per garantire l’istruzione di base a tutti i bambini poveri del mondo basterebbero 6 miliardi di dollari che è meno di quanto si spende solamente negli stati Uniti per cosmetici in un anno; e per garantire l’acqua e le infrastrutture igieniche per tutti i meno abbienti del mondo basterebbero 9 miliardi di dollari che è meno di quanto si spende in Europa in un anno per gelati; per garantire, infine, una adeguata assistenza sanitaria alle donne in gravidanza basterebbero 12 miliardi di dollari equivalente a quanto si spende negli USA e in Europa per profumi.
Tutto ciò mette in risalto da un lato l’ambivalenza della mondializzazione e dall’altro evidenzia che il profitto non è l’unico né il principale indice perché scopo dell’impresa è l’esistenza di una comunità di esseri umani, che viva possibilmente i benefici della Pace.

Eduardo Terrana
Conferenziere internazionale su diritti umani
Tutti i diritti riservati all’autore

Advertisements

EUGENIO MONTALE E IL MALE DI VIVERE (di Eduardo Terrana)

EUGENIO MONTALE E IL MALE DI VIVERE

Eugenio Montale, foto: Wikipedia

La poesia del Poeta interprete della crisi spirituale dell’uomo moderno e della visione pessimistica e desolata della vita del nostro tempo.

Di Eduardo Terrana

Ricorre oggi, 12 settembre, l’anniversario di morte di un grande poeta e scrittore tra i più rappresentativi del novecento letterario italiano, Eugenio Montale. Nato a Genova il 12 ottobre 1896 e morto a Milano il 12 settembre 1981, Montale ha svolto la professione di giornalista. Nel 1967 è nominato a senatore a vita e nel 1975 arriva il riconoscimento alla sua statura di poeta con il conferimento del premio Nobel per la letteratura, dopo che le Università di Milano e di Torino gli avevano conferito, per meriti letterari, la “laurea honoris causa”. È stato, tra l’altro, insignito delle onorificenze di Grande ufficiale dell’Ordine al merito della Repubblica italiana, nel 1961, e di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al merito della Repubblica italiana, nel 1965.
Montale Inizia nel 1925 la sua attività di critico artistico e letterario. La sua prima raccolta di poesie “ Ossi di seppia“ è del 1926, un anno che rappresenta un momento importante nella vita del Poeta perché lo vede collaboratore de “ Il Baretti “, la rivista di Piero Gobetti, e firmatario de” Il Manifesto degli intellettuali antifascisti” di Giovanni Amendola e Benedetto Croce.
Conosce anche il letterato triestino Roberto Bazlen che lo introduce alla lettura e conoscenza delle opere dello scrittore Italo Svevo, del quale Montale approfondirà la conoscenza letteraria e sul quale scriverà numerosi articoli, così scoprendone, da critico, il valore letterario e diffondendone l’opera .
Altro momento importante della vita del Montale sono gli anni tra il 1927 ed il 1937 e la sua permanenza a Firenze caratterizzati da una straordinaria intensità di rapporti umani e culturali. A Firenze conosce tra gli altri Elio Vittorini, Carlo Emilio Gadda, Salvatore Quasimodo, Guido Piovene e i critici Giuseppe De Robertis e Gianfranco Contini, che si radunano tutti al caffè “ Le Giubbe Rosse “.
Nel periodo collabora alle riviste “ Solaria “ di Carocci, Ferrara e Bonsanti, e “Pegaso” di Ojetti, Pancrazi e De Robertis.
“I vent’anni vissuti a Firenze”, scriverà Montale: “ sono stati i più importanti della mia vita. Lì ho scoperto che non c’è soltanto il mare ma anche la terraferma; la terraferma della cultura, delle idee, della tradizione, dell’umanesimo. Vi ho trovato una natura diversa, compenetrata nel lavoro e nel pensiero dell’uomo. Vi ho compreso che cosa è stata, che cosa può essere una civiltà.”
Firenze segna una svolta anche nella vita sentimentale del poeta. Vi conosce infatti Drusilla Tanzi, moglie del critico d’arte Matteo Marangoni, che corteggia, ricambiato, e che diverrà in seguito sua moglie. Drusilla sarà la moglie, ma altra donna sarà la sua vera musa ispiratrice , una donna sulla quale Montale per l’intero arco della sua vita manterrà il più stretto riserbo ed il cui nome sarà rivelato un anno dopo la morte del poeta dal critico Luciano Rebay . Si tratta di Irma Brandeis , appartenente ad una delle famiglie più illustri di ebrei mitteleuropei emigrati in America, che il poeta canterà nelle sue liriche col nome poetico di “Clizia”.
Quella di Montale è’ una poesia che, nel solco della letteratura decadente, ricerca: il senso della vita e un rapporto razionale tra le cose e gli eventi , che trova però solo “una muraglia”, come dice il poeta, ”irta di cocci aguzzi di bottiglia”, che impedisce la conoscenza della realtà.
Una poesia che ricerca: il vuoto, che è intorno ad ogni individuo e la solitudine, compagna inseparabile, che ne caratterizza l’esistenza: l’alienazione, l’impossibilità di comunicare, l’indecifrabilità del reale.
Sono questi i contrassegni della crisi dell’uomo moderno, del suo male di vivere, della sua totale negatività di essere, di cui Montale è interamente e drammaticamente interprete partecipe. Tale visione radicalmente negativa dell’essere domina in Montale sin dalle più antiche poesie degli “Ossi.”
Una visione negativa, tutta interiore e capace , tuttavia, di proiettare anche al di fuori, sul mondo dei fenomeni e delle apparenze, i sintomi di uno strisciante male e di un’intima, struggente, non-voglia di vivere.
È una poesia che si alimenta della scoperta dell’assurdità del reale e del rovesciamento delle certezze e che vuole essere una risposta tipicamente borghese al malessere dei tempi. Una poesia lontana dall’idea dannunziana del poeta-vate, che non ha quindi messaggi-verità da comunicare e che parte dall’intuizione della fondamentale insussistenza del mondo; un’insussistenza che è innanzitutto ontologica, che coinvolge anche l’io, e che nasce dalla constatazione che le cose non hanno consistenza ed il tutto è solo rappresentazione.
E la mancata scoperta del significato delle cose porta il poeta a negarle. Ecco allora che inizialmente domina in Montale quella che lui stesso ha definito “la poetica del non“. Perciò egli scrive “non domandarci la formula che mondi possa aprirti”, ossia la parola magica e chiarificatrice, che possa dare delle certezze.” L’unica cosa certa che egli si sente di dire si legge nei versi: “codesto solo oggi possiamo dirti – Ciò che non siamo – ciò che non vogliamo”, ossia gli aspetti negativi della vita.
Montale non è disponibile ad illusioni idealistiche, ossia a vedere il mondo come rappresentazione dell’io, e non crede neppure all’oggettività naturalistica del mondo.
Nella poesia di Montale il “Vero Assoluto”, rappresentato da Dio oppure, per l’agnostico, dal “Nulla”, resta lontano ed inimitabile.
Rispetto ad esso l’uomo resta in una condizione di fondamentale ignoranza, perciò Montale si serve di un linguaggio anche modesto per esprimere la sua poesia sentita come acquisizione di uno spazio di silenzio e di libertà, come condizione al manifestarsi miracoloso di un improvviso “varco” verso il significato del tutto.
E il varco, che il poeta non rinuncia a ricercare, attraverso cui giungere a comprendere il senso della vita individuale e cosmica, è rappresentato dall’inaspettata possibilità di essere posti oltre l’apparenza, verso quel quid definitivo che rappresenta l’approdo a qualcosa di più vero e duraturo dell’apparenza. Perciò la poesia del Montale esprime la possibilità del miracolo, l’attesa di una epifania del senso ultimo delle cose.
In tale visione, Il male ed il dolore, (vedi poesia: Felicità raggiunta, si cammina), hanno per Montale un’incidenza sulle vicende umane che rimane irredenta se non avviene il miracolo di un fatto veramente positivo. La felicità è uno stato assolutamente precario sempre sul punto di dissolversi. E quand’anche l’individuo riesca a raggiungerla, essa non ha la facoltà di redimere ed annullare il passato.
Non c’è nella poesia di Montale sfogo sentimentale; non ricorre in essa la protesta , la polemica e gli accenti, ma c’è il male di vivere, oltre il quale s’intravede l’anelito alla libertà; come c’è un’irruzione della storia, nella quale il poeta cerca “ Il varco “ per sé e per gli altri.
C’è il coraggio morale di guardare le cose “a ciglio asciutto”, come scrive il poeta, cioè senza speranze, né illusioni; di porsi contro il mito del poeta-vate: D’Annunzio, ma anche Carducci ed in parte Pascoli; di porsi, come una bandiera, alla faciloneria, alla retorica e soprattutto all’ottimismo idiota del regime fascista , che si manifesta contro l’uomo e contro la cultura.
Montale non è un creatore di parole che non hanno senso e quindi non comunicano altro che il nulla, ma è l’interprete dei dati reali considerati segnali-simbolo per decifrare la realtà.
Ogni paesaggio ed ogni oggetto è visto da Montale contemporaneamente nel suo aspetto fisico e nel suo aspetto metafisico, nel suo essere cosa ed insieme simbolo della condizione umana di dolore e di ansia. L’originalità perciò del suo poetare sta proprio nell’uso della tecnica del correlativo – oggettivo, consistente nell’intuizione di un rapporto tra situazioni ed oggetti esterni ed il mondo interiore, che domina la sua poesia, nel senso che una serie di oggetti , di situazioni, di occasioni, diventano la formula di determinati stati emotivi, della cui più intima ratio solo il poeta ne ha perfetta consapevolezza.
In tal modo il sentimento non è espresso ma rappresentato da un oggetto ad esso correlato.
In tale accezione la poesia è idea, memoria, e l’essenza delle cose è colta in negativo; e l’uomo è come smarrito nel caos del mondo dove cerca se stesso.
Tale consapevolezza dà al poeta il coraggio di rinunziare ad ogni illusione, di ripiegarsi su se stesso e di accettare il male di vivere e la sua condizione di uomo isolato che vive la sua solitudine.
Sono questi, in breve, gli aspetti significativi della poesia di Montale, dove la negatività domina, oscillando tra la constatazione del male di vivere e la speranza, vana, ma sempre presente e risorgente, del suo superamento, e di cui è una prima testimonianza la lirica “Non chiederci la parola” nella quale Montale precisa le motivazioni morali della sua poetica che non evade dalla realtà storica del momento, caratterizzata da un profondo vuoto morale e spirituale, ed invita pertanto a guardare alla realtà senza chiedere parole consolatorie alla poesia, che altro non può dare se non, come recita il verso, “qualche storta sillaba e secca come un ramo”, ovvero che la realtà va detta e rappresentata senza infingimenti.
La lirica testimonia la crisi spirituale dell’uomo moderno, povero di un fondamento solido su cui edificare la vita di un senso trascendente.
La negatività vi è rappresentata in termini dialettici e non assoluti, tesa al positivo e non nichilista, anzi aperta a possibilità di soluzioni positive per il domani.
Nella lirica Montale esprime l’affermazione della propria indipendenza morale nonché l’accettazione del male di vivere.
Montale ha lasciato l’eredità della sua produzione lirica in varie raccolte poetiche, ricordiamo in particolare, “ Ossi di seppia” del 1926, “ Le occasioni” del 1939, “ La Bufera e altro” del 1956, Satura del 1971.
Negli “Ossi di Seppia” Montale evidenzia la volontà di staccarsi dalla precedente tradizione aulica-accademica, carica di toni retorici, per affermare una poesia di timbro familiare.
Dice lo stesso Montale, “Scrivendo il mio primo libro …volevo che la mia parola fosse più aderente di quella degli altri poeti che avevo conosciuto. Più aderente a che? Mi pareva di vivere sotto una campana di vetro, eppure sentivo di essere vicino a qualcosa di essenziale. Un velo sottile, un filo appena mi separava dal quid definitivo. L’espressione assoluta sarebbe stata la rottura di quel velo, di quel filo: un’esplosione, la fine dell’inganno del mondo come rappresentazione”.
La coscienza, umile e saggia del proprio limite umano e poetico apre però alla speranza di incontrare “ qualcosa “ che dia senso al tutto.
Negli Ossi di Seppia è centrale la riflessione su di sé, l’autobiografismo, la proiezione di sé in un simbolo naturale, che fosse “il mare-fermentante” o “l’ombra” stampata sul muro. Vi si ritrovano i temi della constatazione della solitudine dell’uomo, dell’inconoscibilità del reale, dell’aridità della vita, ed in tal senso è già una dichiarazione di poetica.
Vi si ritrova anche il paesaggio ligure aspro, dissecato, impervio, dove, alle Cinque Terre di Monterosso, il Poeta trascorse, nell’infanzia e nell’adolescenza, le vacanze estive, in mezzo a quella natura, di fronte a quel mare , che si configurano come i luoghi della sua prima poesia e per cui scriverà il poeta: “Mi affascinava la solitudine di certe ore, di certi paesaggi.”
Il motivo di fondo della poesia di Montale è la visione pessimistica e desolata della vita del nostro tempo, che vede il crollo degli ideali, per cui tutto appare oscuro, vuoto e senza senso. Di tanto è testimonianza la lirica “Meriggiare pallido e assorto”, dove il poeta ci conduce alla cosmica rappresentazione della vita come sofferenza, correlando a questa visione-rappresentazione emblematica del limite umano tutto l’esteriore panorama naturale.
La vita si configura così in Montale come una prigione rovesciata, che condanna all’esclusione di un “paradiso”. Vivere è per lui, come andare lungo una muraglia che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia così impedendo di vedere cosa c’è al di là, ossia lo scopo ed il significato della vita. Si colgono nella lirica i temi: del senso del mistero della vita, della solitudine esistenziale, del dolore per un destino privo di felicità.
Nella raccolta “Le Occasioni” , si avverte la stessa visione tragica della vita de “Gli Ossi”, ma vi si coglie anche il senso del colloquio a distanza con la salvifica ispiratrice, Clizia; dirà il poeta: “sullo sfondo di una guerra cosmica e terrestre, senza scopo e senza ragione, mi sono affidato a lei, donna o nube, angelo o procellaria”.
Nelle poesie della raccolta Montale rievoca le “occasioni” della sua vita passata, amori, incontri, riflessioni su avvenimenti, paesaggi, ricordati non per nostalgia ma per analizzarle e capirle nel loro valore simbolico.
Il poeta sente il bisogno insistente , ma deluso, di trovare il senso delle cose e della vita cercando nel mondo della memoria quella salvezza che la cieca negatività dell’esistenza vieta, ma scopre che: una nebbia vela la memoria, ( lirica: “non recidere forbice quel volto”); il passato è irrevocabile, ( lirica: “la casa dei doganieri”); tutto è determinato dal caso; manca un filo logico nel rapporto tra le cose; il tempo scorre impietoso; e la ricerca di un varco è vana.
Domina nella raccolta la tematica esistenziale anche se già s’intravede la bufera, la minaccia prossima della guerra, che si avvicina.
Montale però, estraneo sempre alle mode, procede dritto per la sua strada.
Scriverà: “L’argomento della mia poesia , e credo di ogni possibile poesia, è la condizione umana in sé considerata, non questo o quell’avvenimento storico. Ciò non significa estraniarsi da quanto avviene nel mondo; significa solo coscienza, volontà, di non scambiare l’essenziale col transitorio … Avendo sentito fin dalla nascita una totale disarmonia con la realtà che mi circonda, la materia della mia ispirazione non poteva essere che quella disarmonia. Non nego che il fascismo dapprima, la guerra più tardi, e la guerra civile più tardi ancora mi abbiano reso infelice; tuttavia esistevano in me le ragioni dell’infelicità che andavano molto di là e al di fuori di questi fenomeni.” Si comprende già da ciò come il tema del male di vivere influenza anche la raccolta “La Bufera ed Altro” ed influenzerà anche la raccolta “Satura”. Ciò delinea una caratteristica che è prettamente del Montale: quello di essere e di rimanere sempre e solo “Un uomo di pena”.
Il suo pessimismo assume in queste raccolte i connotati tragici della violenza, della follia, dell’atrocità, che sono purtroppo le caratteristiche costanti della storia.
Dunque il male di vivere dell’uomo è perpetuo, e la sua condizione è destinata a non mutare col trascorrere del tempo.
La memoria di Irma Brandeis, la poetica Clizia, l’angelica ispiratrice, illumina la saggia ed amara ironia degli ultimi scritti del Poeta, che, nelle sue ultime raccolte si rivela un vecchio saggio malinconico che rifiuta i miti della società del benessere , e, mentre riflette con ironica pacatezza sulla insensatezza del mondo moderno, s’intrattiene, con tono colloquiale, con la moglie da poco perduta.
Per la sua tensione continua verso l’essenziale e l’assoluto, per la sua ontologica disarmonia, l’opera poetica di Eugenio Montale, vista in retrospettiva, non può, che essere collocata nel solco di una corrente di poesia non realistica, non romantica, e nemmeno strettamente decadente, accostabile solo al metafisico. Montale ci lascia in eredità la sua coerenza e la sua poesia.

Eduardo Terrana
Conferenziere internazionale sui Diritti Umani
Tutti i diritti riservati all’autore

PINO CANTA e IL REALISMO TERMINALE (a cura di Tania Di Malta)

Pino Canta e il Realismo Terminale (a cura di Tania Di Malta)

Parlare di Pino Canta non è semplice ma quello che appare subito chiaro è che ci troviamo davanti ad un artista particolare e complesso; la comunicazione con Pino diventa possibile solo se si entra nel suo mondo. Le informazioni anagrafiche, della sua vita, dei suoi studi fino alla laurea in architettura, si trovano nel suo blog: https://pinocanta.wordpress.com , io mi ritaglierò la possibilità di parlare con lui per capire che significato ha per Pino essere realista terminale.
Profondamente convinta che degli artisti contano solo le opere, chiedo subito a Pino di parlarmi della sua arte.

Queste sono le sue parole:

Le mie opere nascono da un’idea precisa. Parto dal concetto di creatività di Leonardo da Vinci che consiste nel portare una cosa già esistente un po’ oltre, partendo dalla realtà, senza spingersi troppo, per non interrompere la comunicazione fra l’artista e la gente. I miei assemblage partono da foto realistiche e procedendo per gradi, facendo vivere allo spettatore il processo di astrazione dell’oggetto. Sento l’esigenza di trovare tanti piani espressivi nella stessa opera, che rientrano nella logica dell’accatastamento, in un’armonia di insieme di colori, forme, parole e nomi, per evocare un mondo che comunica. Inoltre lavorando su piani tridimensionali si possono osservare per esempio, delle onde che diventano lamiere, creando una similitudine rovesciata. Lavoro spesso sull’idea di linee ondulate che simbolicamente partono da una connotazione naturalistica, per avviarsi verso una trasformazione ad oggetto, cercando comunque di mantenere all’interno di tutto questo un equilibrio; cercando di trasmettere le emozioni che viaggiano come un mulinello impazzito. Alla fine, ritrovando una quiete e un luogo nel caos, quasi un’opportunità per stare in questo mondo. Molti miei quadri rappresentano la confusione metropolitana, in un passaggio che io credo ormai obbligato, passano verso una confusione cosmica. Questo è rappresentato nella mia opera che ho intitolato “Confusione Spaziale”, dove da un iniziale caos metropolitano si trasferisce l’onda, il vortice, in un lancio verso lo spazio, forse l’infinito. Tutto questo dialogo estetico, umano, di oggetti (ci sono tanti razzi allineati) attraverso il messaggio artistico, si innalzano e viaggiano nello spazio come per un bisogno di speranza che si riapre nella dimensione dell’infinito. In un’altra opera chiamata “Radici nella pagina del cielo” il concetto si sviluppa sempre partendo da onde di parole che vengono estrapolate da altre parole unitamente mescolate, che si intersecano in uno slancio ed esprimono concetti, nomi. Come se ci fosse un’urgenza di dilatazione nella comprensione umana, un serbatoio che raccoglie oggetti capaci di superare quella cortina di passaggio fra noi e tutte le risposte che hanno cercato i poeti e gli artisti di ogni epoca. In radici del cielo si vuole superare i confini terreni per proiettarli verso il cielo vicino. Tutto questo viene espresso in “E mail verso la luce” dove i flussi come messaggi vanno verso il cosmo e si avvicinano alla luce. Non so perché questo accade. Non ho una religiosità tradizionale, ma una spiritualità mia, in cui forse vivo, la grandezza e la pochezza dell’uomo. La nostra fragilità, si dimostra in come la mente umana sia stata così spietata da concepire questo mondo, in cui gli oggetti ci governano. La mia arte è la narrazione di questo, di cosa siamo diventati, la ricerca di una speranza che cresca come un fiore carnoso come in “Ingranaggio floreale” e proprio lì, nel paesaggio emotivo del ricordo (riproduzioni di ricordi d’infanzia a Porto Empedocle) nasce la speranza verso il futuro, nonostante la distruzione della natura, l’ammasso di oggetti e la nostra condizione di schiavi invisibili.

Taniuska
Tania Di Malta
10-09-2019


Opere di Pino Canta:

Confusione spaziale
Radici nella pagina del cielo
E mail verso la luce
Ingranaggio floreale

• Testi poetici aderenti al Realismo Terminale di Pino Canta.

Una volta entrati nella complessità suggestiva dell’artista, appare chiaro che anche la sua poesia è un prosieguo della sua arte. In questi due testi che vi presento, poesie in versi liberi, viene esaltato un legame fortissimo con i ricordi: il taglio del dialogo evocativo, all’interno delle similitudini rovesciate, crea un effetto stupefacente. La contaminazione con altre lingue e dialetti (addirittura con il milanese), si tinge di effetti sonori, creando un assemblage armonioso e commovente : arte, piglio scanzonato, ironia e tenerezza.

LINDA AHORA AMISTAD

Dragone da croci
In fluid aquilone azzurro
Yes togliere chicchirichì
Sig Linde castelli di cristallo
Còme un dòmm di fiabe
Da sferiche idee
Sul mare un disco suona
Di chitarre plin plin plann
Baby dragone di stagno ero
Y ahora y ancora Amistad

COMETE IN JODLER

L’esercito robotico
Da navi spaziali a centurie
Con elmi e spade attaccò
I Peppinielli nun e tengono
Se ampriesso do’ Vesuvio
O foco scinne
Canta Ursula
All’unisono coi muggiti
Cartacee comete in jodler
Sulle moltiplicazioni
Degli aghi verde chiaro
Ich liebe dich Ursula
Y yo contigo in onde

Pino Canta

Tutti i diritti riservati all’autore

Tania Di Malta e Pino Canta. Sogliano sul Rubicone, 08.09.2019

IL FUTURO E LA GRANDE SFIDA SUI DIRITTI UMANI (di Eduardo Terrana)

Foto Pixabay

IL FUTURO E LA GRANDE SFIDA SUI DIRITTI UMANI

(di Eduardo Terrana)

La promozione integrale di tutte le categorie dei diritti umani è la vera garanzia del pieno rispetto di ogni singolo diritto. La difesa dell’universalità e della indivisibilità dei diritti umani, altresì, è essenziale per la costruzione di una società pacifica e per lo sviluppo integrale di individui, popoli e Nazioni.
La realtà del mondo però sempre più evidenzia che queste affermazioni sono rimasti meri principi e che la loro realizzazione è ferma davanti al deserto degli egoismi che ne ostacola il diritto di esistere.
Parliamo allora di crisi dei diritti umani, che è, al fondo, una crisi di diritti esasperati e dissociati dai valori e quindi dissociati dai doveri, che sempre corrispondono ai diritti.
È la crisi di una cultura che ha vivissima la consapevolezza dei diritti dell’uomo, che è più che mai decisa rivendicarli, ma che ha represso la verità fondamentale che la società, la quale dovrebbe godere dei diritti è “Una e La Stessa” con la società che deve realizzare i medesimi diritti. Ora se questa seconda società non esiste, in quanto i suoi membri non sono disposti a investire il quantitativo necessario di energie fisiche, intellettuali, morali, neanche la prima può esistere.
Libertà e sicurezza sociale sono solo per quelle società le quali riconoscono che la “Libertà da “, sulla quale insisteva l’Illuminismo, ha senso e reca frutto solo se congiunta con la “ Libertà per”, cioè per i valori che fanno umana, nelle sue varie dimensioni, la convivenza degli uomini al di dentro dei confini di uno Stato.
Ora l’imperativo morale è precisamente il vincolo che congiunge la libertà al mondo dei valori. Senza il diritto non può esistere una società fatta a misura della dignità dell’essere umano. Prima del diritto, però, e a garanzia di esso sta la legge morale, cioè sta la Persona nel suo statuto ontologico di essere morale. La Persona che fonda lo Stato è anche l’operatore insostituibile di un ordinamento, di cui, come recita l’ Enciclica Pacem in Terris: “ fondamento è la verità, misura e obiettivo la giustizia, forza propulsiva l’amore, metodo di attuazione la libertà”. Ciò che vale a dire: lo stato dei diritti umani nel significato più vero del termine.
La tensione ideale di ogni coscienza dei diritti e della dignità umana deve pertanto tornare ad avere ed a trovare un approdo: i valori.
Il futuro deve percorrere questa strada. Una strada in cui alle parole ed alle dichiarazioni corrisponda il riconoscimento del primato ontologico della Persona sulla Società, dei doveri sui diritti. Una strada in cui si affermi il principio della non violenza e della non discriminazione, che significa rispetto della Persona e della sua personalità, significa uguaglianza di opportunità, significa accettazione delle diversità, nel senso e nel rispetto del primo paragrafo della Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo, che afferma “ il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia e dei loro diritti uguali ed inalienabili”; dell’articolo tre della stessa Dichiarazione sui diritti dei portatori di handicap che sancisce “ il portatore di handicap ha un diritto connaturato al rispetto della sua dignità umana. Il portatore di handicap, quali che siano l’origine, la natura e la gravità delle sue difficoltà e deficienze, ha gli stessi diritti fondamentali dei suoi concittadini di pari età, il che comporta come primo e principale diritto quello di fruire, nella maggiore misura possibile, di un’esistenza dignitosa altrettanto ricca e normale”; dell’articolo ventitre della Convenzione internazionale su diritti del Fanciullo che afferma che “ i fanciulli mentalmente o fisicamente handicappati devono condurre una vita piena e decente, in condizioni che garantiscano la loro dignità, favoriscano la loro autonomia e agevolino una loro attiva partecipazione alla vita della comunità.”
Questa dignità va riaffermata come fondamentale della Persona ma con il rifiuto e la messa al bando di tutte quelle situazioni negative che non prevedono la tutela della Persona umana nelle sue condizioni materiali, nelle sue condizioni morali nonché nel processo di integrazione dell’individuo nella società propria ed altrui. Va riaffermata con la messa bando e la repressione, altresì, di tutte quelle situazioni di tensione di varia natura: politica, sociale, religiosa, ancora esistenti in singoli paesi o in determinate aree geografiche che attentano ai fondamentali diritti umani aggredendo la vita, l’integrità fisica e la libertà di Persone pacifiche ed inermi, in modo indiscriminato ed in diverse forme: stragi, esecuzioni sommarie, ferimenti, cattura e detenzione di ostaggi, dirottamenti di aerei civili. Va ricercata ed attuata la protezione giuridica della persona sempre con la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio, con la lotta alla tortura, con l’abolizione ed il divieto della schiavitù e della tratta, con la repressione del terrorismo, con il rifiuto di tutte le discriminazioni tra i popoli.
Il futuro dell’impegno internazionale sui diritti umani ci si presenta dunque davanti come una “grande sfida”, perché i diritti umani costituiscono ancora oggi il paradigma mediante il quale verificare d’ora in avanti la qualità dei sistemi sociali, politici, economici, all’interno ed all’esterno degli Stati nazionali.
Si impone, pertanto, urgente riattualizzare il dibattito sul tema, al quale la “Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo”, documento di eccezionale valore intellettuale e morale, ha dato un apporto fondamentale.
Il processo che è stato messo in moto non può e non deve avere sosta. Si stanno facendo strada nuove generazioni di diritti umani. Dopo quelli ricordati, detti della prima e della seconda generazione, ci troviamo ormai di fronte a quella che viene indicata come la terza generazione dei diritti umani. Si tratta dei cosidetti “ diritti di solidarietà”, che pongono accanto al diritto della Persona il diritto dei popoli. E’ questa una materia ancora giuridicamente controversa, ma non tanto da negare evoluzioni e progressive affermazioni che si sono ormai saldamente consolidate. Nessuno pone oggi in discussione il diritto dei popoli all’autodeterminazione, mentre tra le altre categorie: il diritto alla pace, il diritto all’ambiente, il diritto allo sviluppo, ricche di contenuto e di carica propulsiva, si stanno gradualmente aprendo un varco ed appaiono come le novità emergenti.
Diritti umani e pace sono inscindibili, come lo sono pace e sviluppo. Il diritto alla vita postula la pace. Se non c’è vita non c’è neppure il presupposto per la realizzazione di alcun altro diritto umano. Ma la pace non è ancora un diritto formalmente riconosciuto all’interno di una norma giuridica. È, come dire, un diritto in cantiere la cui costruzione dipende dalla ricerca e dalla educazione alla pace.
Un altro diritto va rilevato, quello della Umanità alla conservazione della specie. Diritto che mette in risalto la figura e la funzione della Donna, genitrice per antonomasia, che è sempre un valore. Basti in proposito pensare a quanto la scienza oggi è in grado di operare sullo stesso concepimento dell’uomo per darsi conto delle nuove problematiche, per taluni aspetti sconvolgenti, vedi la clonazione, che si impongono e rendono necessaria la ricerca di un nuovo equilibrio con il rispetto dei valori fondamentali della Persona umana.
La tutela dei diritti dell’uomo e dei popoli non può avere ulteriori ristretti e/o sfumati confini. La sfida che ne discende deve pertanto caricarsi di una assiologia umano centrica sulla base di un paradigma universale, interrogarsi sulle sue finalità, rivisitarsi nei suoi programmi, per la promozione della Persona e lo sviluppo di tutti i popoli, nel rispetto delle specifiche identità culturali e deve essere sorretto da un intendimento morale per realizzare il vero bene del genere umano.
Bisogna allora uscire dal deserto degli egoismi e della schiavitù del male perché queste affermazioni possano effettivamente realizzarsi, perché si possa edificare la dignità umana, a cominciare dai più poveri e dai più deboli, fornendo ad ogni abitante della terra quel minimo benessere che consenta di vivere in libertà, non mancando dell’indispensabile per sostenere la famiglia, educare i figli e sviluppare le proprie capacità umane.

Eduardo Terrana
Conferenziere internazionale sui diritti umani

Tutti i diritti riservati all’autore

ALFABETIZZAZIONE UNA SFIDA ANCORA DA VINCERE! (di Eduardo Terrana)

ALFABETIZZAZIONE UNA SFIDA ANCORA DA VINCERE! (di Eduardo Terrana)

Foto Pixabay

Incredibile a dirsi, ancor più incredibile a credersi, ma ancora oggi, agli inizi del terzo millennio, l’alfabetizzazione continua ad essere una sfida da vincere.
Sono infatti ancora milioni gli adulti, le donne e, in particolare, i minori di ambo i sessi che non sono capaci di leggere, di scrivere e far di conto. Una spina nel fianco per molti Paesi e Governi che non riescono ad affrontare in modo adeguato e risolutivo il grave problema.
Si contano oggi nel mondo circa 800 milioni di analfabeti, esclusi dal diritto all’’istruzione, di cui oltre 550 milioni sono donne e 250 milioni bambini e adolescenti.
La Giornata Internazionale dell’Alfabetizzazione, che s celebra ogni anno l’8 settembre, offre l’occasione di un incontro per esaminare e dibattere l’annoso grave problema e rappresenta, soprattutto, una grande opportunità per riaffermare l’impegno e la volontà comune per il conseguimento dell’obiettivo che a tutti gli esclusi sia assicurato il diritto di accesso all’istruzione.
Obiettivo estremamente importante perché offrirebbe opportunità di crescita individuale, di inserimento sociale e di partecipazione alla vita economica e politica del proprio Paese.
Partecipare , peraltro, oggi comporta conoscenze tecniche e specialistiche senza le quali si rischia di restare fuori dal sistema civile ed essere degli emarginati ed alle quali è impossibile l’accesso senza una adeguata istruzione di base..
Ciò in quanto le società odierne, tecnologicamente evolute e progredite, richiedono oltre alle competenze di base necessarie anche competenze digitali avanzate e linguistiche per stare in modo pienamente professionale nelle variegate realtà di lavoro.
Ridurre il divario di conoscenze e di competenze che separa tanti esclusi dal partecipare attivamente alla vita civile, sociale, economica e politica che ruota intorno a loro è , pertanto, un imperativo primario sia sul piano educativo che sul piano della crescita e dello sviluppo individuale e collettivo.
In un mondo sempre più tecnologico e in società sempre più digitalizzate, continuare a precludere l’accesso a bambini, adolescenti, donne e adulti perché non adeguatamente alfabetizzati al progresso della informazione tecnologica e della comunicazione vorrebbe dire tarpare loro le ali per sempre e ghettizzarli come essere umani senza dignità civile.
E’ necessario allora promuovere l’interesse, l’azione ed il sostegno attivo dell’ intera comunità internazionale nei confronti delle attività di alfabetizzazione perché si esca dalla indifferenza o dalle inconcludenti progettazioni e si avvii l’attuazione di progettualità mirate ad affrontare e risolvere il problema.
La Giornata Internazionale dell’Alfabetizzazione, istituita dall’UNESCO nel 1966 si connota, pertanto, della particolare doppia valenza di focalizzare, da un lato, l’attenzione mondiale sui milioni di bambini e adulti che non hanno accesso ai programmi di istruzione e di promuovere, dall’altro, l’alfabetizzazione come strumento per rafforzare gli individui e le comunità, sia nazionali che internazionale.

Eduardo Terrana
Conferenziere internazionale sui diritti umani

Tutti i diritti riservati all’autore

“SCATTI QUOTIDIANI” nella PROSA POETICA di DAVIDE MORELLI

(by I.T.K.)

Sono scatti quotidiani ripresi con una penna per diventare immortali: prosa poetica oppure acquerelli contemporanei nati da uno spiccato senso di appartenenza ai luoghi della vita di ogni giorno. Una specie di diario informale in cui Davide Morelli raccoglie gli istanti dell’umano vissuto così familiare a ciascuno di noi.

Sembra il ragazzo della porta accanto e i suoi “schizzi letterari” rispecchiano la sua / nostra realtà senza pretese, le immagini verbali vengono trasmesse con semplicità e naturalezza.

Si sfogliano con piacere le parole di Morelli, ci si ritrova facilmente coi piedi per terra senza sentirsi diversi. Tutto diventa ARTE, merita di essere raccontato, ricordato, assaporato come una focaccia in un giorno qualsiasi.

Ci piace questa scrittura diretta senza trucco, distante da ogni pathos e retorica artificiale. Davide Morelli non spiazza ma accoglie, offre “da bere” come un amico e questa purezza d’espressione diventa irresistibile.

Izabella Teresa Kostka, 2019

TRE TESTI SCELTI

Stanziale:

Non andrò mai ad Alassio. Non tornerò a Follonica. Nessuno mi invierà cartoline da là. Non idealizzo più paesi e città lontane. Mi basta questo entroterra, questa pianura. Non ho bisogno di andare lontano per sentirmi solo, nuovo o assurdo. Mi basta la mia cittadina. Mi dicono ancora qualcosa le sue strade, i suoi cortili, i suoi sottopassaggi, i suoi ponti. Mi dice ancora qualcosa la mia cittadina, anche se so a memoria i suoi posti e i suoi luoghi di ritrovo. Tutti i posti in cui sono stato non rappresentano più desideri e neanche causano nostalgia. Questa cittadina ha già visto abbattere tutti i miei sogni. Non prendo più treni. Mi limito ad osservare la gente che vi scende e vi sale. Un tempo il predellino era sinonimo di libertà. I viaggi non mi appassionano più. Sono molto più abitudinario e stanziale. Un tempo per me Pontedera era solo un dormitorio. La mia cittadina non è più paese e non è ancora città. Qui si conosce tante persone di vista e per sentito dire. È difficile fare amicizia. Ci si tiene stretti gli amici di infanzia, gli amici di una vita. Qui le persone si incontrano spesso sul corso. Io di tanto in tanto passo davanti all’ospedale o davanti al cimitero e ringrazio Dio di essere lì senza un motivo particolare, solo per sgranchirmi le gambe. Ogni tanto chiedo se ci sono novità. Raramente succede qualcosa. Qui la vita scorre a rilento rispetto alle grandi città. Pontedera è baricentrica. È vicina a Firenze, Livorno, Pisa, Lucca, il mare. Ora c’è anche la circonvallazione e tante rotonde hanno sostituito i vecchi semafori. Ad una certa ora però il centro è quasi deserto. C’è una sorta di coprifuoco. Starò qui forse fino a che la morte non verrà a prendermi. Ho sempre pensato che Dio o chi per lui accende e spegne le vite con la stessa facilità con cui noi accendiamo o spegniamo la luce nelle nostre stanze. Per il resto si invecchia o si muore. Terzo escluso. Forse qui la vita continuerà ad essere sempre uguale.

Lettera durante un microrisveglio:

– Mi sono svegliato da poco. Ho già dormito diverse ore. Mi sono svegliato di soprassalto. Ho fatto un incubo ma non mi ricordo niente al risveglio. Alle otto ero già a letto, anche se sai che ho dei microrisvegli. Ho mangiato una sfoglia comprata alla Coop. Ho bevuto un poco di acqua. Mi sono fatto la barba. È una sensazione molto piacevole farsi la barba dopo che il barbiere ti ha fatto le basette. Ho usato la matita emostatica. Niente di che. Per farmi i capelli ho speso quindici euro. Sono andato da un barbiere nuovo, abbastanza vicino a casa. Gli ho detto di farmi i capelli molto corti ma non come un naziskin. Ha riso. I miei capelli prima erano una massa informe. A volte penso di essere troppo trasandato. Il vecchio barbiere forse è morto. Aveva ottantacinque anni circa ad occhio e croce. Ora c’è questo che ha aperto bottega da poco tempo a poche decine di metri da dove aveva il negozio il vecchio. Il barbiere è un tipo sulla quarantina. Per fortuna non si è messo a chiacchierare. Era tutto concentrato sul suo lavoro o forse più semplicemente si sapeva fare gli affari suoi. Non ha ancora mobili e neanche aria condizionata. Teneva la porta aperta; mi è sembrato un tipo tranquillo e simpatico. Sai che prima di me c’era un novantenne a farsi i capelli? Ma anche dopo di me c’era un altro novantenne. L’età media si è allungata. Si conoscevano tra di loro. Erano tutti e due ancora autonomi e in buona salute. Si sono messi a parlare. Entrambi c’erano ancora con la testa e ad entrambi era stata rinnovata la patente. In sottofondo alla radio passavano Azzurro cantata da Adriano Celentano e scritta da Paolo Conte. Alle nove di mattina di un giorno feriale dal barbiere vanno soprattutto pensionati e disoccupati. Azzurro era una canzone del 1968: l’anno della contestazione giovanile, l’anno del parricidio. Quella canzone invece rammentava perfino di un prete all’oratorio. I sessantottini forse l’avranno definita piccolo-borghese. Chissà se aveva significato qualcosa quella canzone per i due vecchietti? Chissà che aveva significato per loro? Chissà come erano e cosa facevano loro nel 1968? Ogni tanto mi vengono questi pensieri metafisici quando ascolto una bella canzone o guardo un quadro. Era venuto il mio turno. Guardavo allo specchio come mi tagliava i capelli. Procedeva speditamente. Usava la macchinetta. Ho pagato il conto. Mi sono catapultato fuori. Era una nuova giornata afosa. Aria bassa. Il sole spioveva giù dai tetti. Guardavo vetri, finestre, tapparelle dei palazzi. Poco distante c’era l’ospedale. Poi più in là la ferrovia. Ieri sera mi ha telefonato il mio unico amico qui a Pontedera. Andremo a prendere un gelato insieme prossimamente. Gli ho detto che non trovavo nessun lavoro: cercano persone in età di apprendistato o persone con esperienza pluriennale. Qui è crisi. Così pensavo, mentre guardavo dal finestrino i campi di grano di cui piccioni si cibano in abbondanza. Non sopporto l’estate perché è caldo e ci sono i forasacchi pericolosi per il mio lagotto. Già una volta è stato operato. Non farò vacanze. Neanche un giorno. Non andrò da nessuna parte. Per ora è tutto. Vado a farmi un caffè.

Con mio padre:

È sabato. Dobbiamo fare rifornimento di GPL. Fermiamoci al distributore. Speriamo che sia aperto. Prendiamo quella strada che porta alle colline. Quella strada tortuosa da cui si vedono i calanchi, una serie di agriturismi e le macchine parcheggiate di chi caccia i cinghiali. Tu vai sempre avanti, anche se ci sono molti bivi. Non ti distrarre a guardare gli aerei. Per questo motivo ci sono stati diversi incidenti. Non prendere per la discarica. Questa strada fatta di saliscendi continui. Questa strada trafficata da turisti stranieri. Ogni tanto si vede passare dei pullman di altre nazionalità. Queste colline in fiore che viste da lontano si stagliano contro il cielo terso. Queste colline inondate da raggi di sole obliqui a questa ora del giorno. Alla fine troveremo un borgo con un hotel di lusso e una casa colonica in fase di ristrutturazione. Non è assolutamente detto che un volto simmetrico sia più bello degli altri. Scusatemi se salto di palo in frasca. Sono solo libere associazioni nelle ore di libera uscita. Io stesso mi sono condannato alla prigionia. Deve essere divertente annodare dei fili di aquilone. Deve essere divertente calpestare castelli di sabbia prima che ci pensino le onde del mare. Giorno dopo giorno mi sono costruito la mia cella. Stai attento quando arrivi a Montaione perché ci sono degli anziani che passeggiano al bordo della strada. Un tempo stringevo i pugni nelle tasche dalla rabbia, mentre camminavo nella nebbia. Ora è scomparsa la rabbia ed è sopraggiunta la rassegnazione. Guarda le case, le strade. Pensa a quanta gente c’è al mondo ma pensa anche a quanta solitudine c’è al mondo. Ognuno ha avuto i suoi cortili, le sue balere, i suoi istanti che voleva fermare. Tra me e te ventisei anni di differenza. Tu sei della prima generazione che non ha visto la guerra. Io figlio del benessere, poi impoverito. Forse tra pochi anni sarò povero. Tra pochi anni non ci saremo più e saranno poche le persone che ci ricorderanno. Forse dei parenti molto lontani. La mano di Dio ci schiaccerà come degli insetti. Ma ora babbo, è sabato. Andiamo in quelle colline che sanno di sangue e di morte. Poi ritorneremo a casa come se niente fosse.

NOTA BIOGRAFICA

Davide Morelli è nato a Pontedera nel 1972. Si è laureato in psicologia con una tesi sul mobbing. Alcuni suoi testi sono apparsi su “Nazione indiana”, “La mosca”, “Iris news”, “Poetarum silva”, “Il filo rosso”, “Poesia ultracontemporanea”, “Scuola di poesia”(rubrica del quotidiano “La stampa”), “Il segnale”, “Cartesensibili”, “Poesia da fare”, “La clessidra”, “L’ombra delle parole Rivista letteraria internazionale”, “Il sasso nello stagno”, “Yawp” (giornale di letterature e filosofie), “L’altrove-appunti di poesia”, “Larosainpiu”(blog letterario di Salvatore Sblando), “L’ottavo”, “Limina mundi”, “Scrittinediti”, “Osservatorio letterario”, “Poliscritture.it”, “Pi-greco trimestrale di conversazioni poetiche”, “L’archetipo”, “Erbafoglio”, “Il paradiso degli orchi”, “Segreti di Pulcinella”, “Ammirazioni” (di Roberto Corsi), “Oggifuturo”, “Inverso”, “Poiein”, “Sesto senso poesia”(a cura di Felice Serino). Un suo saggio breve intitolato “Scrivere” è stato pubblicato su Vicoacitillo. Il suo “Manifesto dell’impoesia” è stato pubblicato su “Yale Italian Poetry” per un’inchiesta internazionale sulla prosa poetica. 48 sue quartine sono state pubblicate su “Italian poetry review” x(rivista di poesia italiana della Columbia University). Ha pubblicato due ebook su LaRecherche.it: “Dalla finestra” e “Varie ed eventuali”. Ha pubblicato l’ebook “Cuore improduttivo” su Le stanze di carta. Collabora con il blog letterario Le stanze di carta(lestanzedicarta.blogspot.com). È un ex commerciante. Attualmente è disoccupato.

L’articolo pubblicato anche sul blog giornalistico “Alessandria Today”:

https://alessandriatoday.wordpress.com/2019/09/09/scatti-quotidiani-nella-prosa-poetica-di-davide-morelli/?preview=true

Un’ambasciatrice di versi: Il recital di Clara Russo (a cura di Sabrina Santamaria ed Eduardo Terrana)

Un’ambasciatrice di versi: Il recital di Clara Russo

BIOGRAFIA di RUSSO CLARA

Clara Russo è nata a Messina il 17/10/1962. Vive, lavora e risiede a Messina.
Fin dall’età giovanile è attratta dalla letteratura , per la quale sempre nutrirà grande interesse.
Nell’età matura sviluppa una forte passione per la poesia. Per puro caso approda alla declamazione. Un poeta l’ascolta come declamatrice e ne resta affascinato. Da lì è stato tutto un susseguirsi di incontri di poesia che hanno consentito a Clara Russo di dimostrare le sue notevoli qualità recitative ed espressive e farsi apprezzare come interprete di indiscusso valore non solamente nella sua meravigliosa terra di Sicilia ma anche al di qua dello stretto.
Clara Russo è un’ Artista che rivela grande professionalità. Possiede la grande dote di una voce che riesce a modulare con bravura ed una timbrica che si distingue per espressività.
È la sua una voce che sa interpretare il sentire del poeta, che trasmette emozioni, stupisce, incanta ed arriva all’anima di chi l’ascolta.
Clara Russo sa declamare in modo pregevole e , con voce virtuosa, sa rendere il verso armonioso, come un canto, che affascina l’orecchio e fa sognare.
Le declamazioni poetiche di Clara Russo sono autentici profumi di vita, che la sua voce dolce, cadenzata, suadente, aspirata, armonica, vellutata, rende piacevoli, come le note di una dolce sinfonia. Sono un invito alla fantasia a muovere nel giardino della memoria alla ricerca di ricordi sopiti sotto una spessa coltre di polvere accumulata dal tempo dell’indifferenza. Come un lento procedere lungo i binari della vita accompagnano la memoria in un viaggio dell’anima riscoprendo dolci sensazioni, vibranti emozioni, già vissute ma che tornano a far pulsare il cuore di nuovo entusiasmo di vivere.

Eduardo Terrana

• Nota critica alla video poesia “ A te dolce creatura” di Carmelo Cossa- voce di Clara Russo-

È la tua video poesia: Una radiografia osannante i pregi del tuo saper declamare con voce virtuosa e sapiente delizia che “trasforma la musica dei versi in un canto” che affascina l’orecchio di chi ascolta e fa sognare l’amore vissuto o desiderato se non mai vissuto . “ Sarà ascoltando questa voce che sogneremo l’amore di un verso e lo vivremo! “, recita la poesia, un verso che è un invito all’amore che non è mai peccato sia che ognuno lo sogni sia che lo viva nella realtà sentimentale della propria esistenza. Sogno e amore… Poesia e sogno… Amore e poesia, ecco la triade esistenziale in cui perdersi non per sprofondare nell’abisso ma per elevare l’animo verso la più alta cima del sentimento.

Link: https://m.youtube.com/watch?v=KvZG0QIyAcQ

Eduardo Terrana

• L’ascesi nel mondo della poesia
Clara Russo è una declamatrice molto ricercata e amata da molti poeti, ultimamente ha donato la sua voce in moltissimi recital poetici, premiazioni dei concorsi, reading poetici e soprattutto nelle video poesie. La sua fama è dovuta alla sua capacità innata di sapersi “tuffare” con eleganza fra i versi dei poeti dando corpus e anima ai testi. La delicatezza della sua voce penetra nella sensibilità di chi la ascolta, la nostra Clara Russo riesce ad attirare l’attenzione nel momento in cui interpreta un’opera, vivifica un testo che si trova nero su bianco, la sua lettura è come un soffio che riesce a risuscitare ogni silloge, anche, magari, quelle definite “obsolete” perché sa decantare versi in modo soave con limpidezza, spesso “ammorbidisce” gli enunciati rendendoli magnificamente gradevoli anche ad un orecchio profano. La Nostra attraverso la sua declamazione conduce l’ascoltatore nel mondo incantato della poesia e gli regala un’immagine scandita dello scavo interiore degli autori conducendolo per mano nell’impenetrabile sentiero dei foschi giardini di chi, con coraggio, decide di scrivere. Ella, allora, diventa la portavoce, il crocevia che consente allo scrittore di entrare passando fra le corde dell’anima dei lettori, Clara Russo scolpisce nella mente dell’ascoltatore le descrizioni delle opere che declama, siano esse poesie o romanzi, poco cambia, oltre al contenuto delle opere lascia un solco profondo la sua interpretazione che sa entrare empaticamente nei vissuti di chi scrive e di chi legge. Declamare non è un compito per nulla semplice in quanto necessita di un’immersione nell’ “essere l’altro” per esprimere la giusta carica emotiva nascosta tra le righe di un componimento, proprio in questa ardua missione si cimenta Clara Russo e visti i risultati direi che osa con successo.

Sabrina Santamaria

• Nota critica alla video-poesia “Brivido di donna” di Nadia Pascucci -Voce di Clara Russo

In questo componimento l’interpretazione delicata e sensuale della voce di Clara Russo si unisce armonicamente con lo stile dei versi che mettono a nudo la sensibilità dell’essere donna. L’andamento crescente della passione che emerge passo dopo passo viene accompagnato da una punta di eleganza e la ritmicità travolgente che risveglia i sensi si abbraccia con un trait d’union alla declamazione della Nostra che coinvolge l’ascoltatore fra i meandri del mondo femminile scoprendo frammento dopo frammento la genuinità del messaggio poetico in cui una donna, Nadia Pascucci, decide di mettersi a nudo, facendo scivolare delicatamente tutti i veli lasciando che l’anima si esprima e si narri per questa ragione questa poesia ha ottenuto una segnalazione di merito al “Premio Internazionale Poesia e Racconti Pina Alessio”. In questa frenesia fatta di versi e pause trova un porto sicuro e meritato l’impegno della nostra declamatrice la quale, imperterrita, non si dà per vinta, ma entra nel vivo della video-poesia strappando ogni traccia di incertezza ed accendendo tutti i barlumi amorosi disseminati nel testo, la sua voce si amalgama per accendere la scintilla focosa descritta ardentemente da Nadia Pascucci, un melange perfetto che trasforma questa video-poesia in un capolavoro.

Link: https://m.youtube.com/watch?v=9CtovCKNdKY

Sabrina Santamaria

• Nota critica alla video-poesia “Passaporto per il cielo” di Giovanni Malambrì -Voce di Clara Russo

Lo spirito religioso di questa poesia racchiude un grande messaggio cristiano, molto profonda l’espressione finale dei versi che comunicano la chiave per andare al cielo: l’amore, la speranza, la carità. Il pathos del poeta per il sacrificio di Cristo brucia consumandosi fra gli enunciati, in questa circostanza la nostra declamatrice si veste di sacralità e muta il suo stile, qui il suo declamare diviene un sussurro elegiaco, mettendo insieme il sentimento sacro con la tristezza per il sacrificio di Cristo. La forza del componimento è racchiusa nell’inventario fornito ad ogni credente per aver salva la propria anima, c’è un solo modo per arrivare in cielo: seguire il cammino tracciato da Cristo, l’espressione risoluta della Nostra svela il mistero della beatitudine ben delineata da Giovanni Malambrì il quale si è classificato al primo posto al Concorso internazionale di poesia “Sant’Antonio Abate”. Questa video-poesia l’ho associata alle laudi di San Francesco d’Assisi, in cui l’autore narra dell’immortalità dell’anima e di una morte nello spirito, il tema, infatti, per certi aspetti è medievale e scolastico, ma la chiusa finale del testo lo rende biblico, la voce di Clara Russo si innesta autorevolmente, se all’inizio la poesia potrebbe apparire elegiaca la conclusione è pleonastica, la nostra fine dicitrice incorpora all’unisono la fede del poeta il quale crede nel Figliuolo di Dio che ha dato la vista ai ciechi. La Nostra diviene ambasciatrice di questa devotio Deus che Giovanni Malambrì infonde tra le sue righe con ardore. La dedizione di Clara Russo è non indifferente tanto da far innamorare ogni persona della sua candida esposizione.

Link: https://m.youtube.com/watch?v=mfRGmma8Dy0

Sabrina Santamaria

La riflessione trasposta in disegno: Le doti di Naomi Cerra (a cura di Sabrina Santamaria)

“La riflessione trasposta in disegno: Le doti di Naomi Cerra” a cura di Sabrina Santamaria

• Cenni biografici di Naomi Cerra

Naomi Cerra è nata il 27 Novembre del 1987 a Messina. Da sempre innamorata dell’arte in tutte le sue forme, stili e particolarità espressive ha deciso di frequentare l’Istituto d’arte Basile di Messina accostandosi all’arte con dedizione e voglia di apprendere. Approfondisce il suo percorso artistico studiando da autodidatta creando disegni davvero impeccabili. Il suo talento é davvero notevole e mostra una spiccata dote espressiva.

• Nota critica al disegno “Il tempo astratto di Bergson” di Naomi Cerra

Non è mai esistita una tematica tanto più discussa di quella del tempo perché essa si estende a diversi significati, plurimi, molteplici tanto che ancora oggi filosofi, fisici e scienziati non si danno posa per approfondire sempre di più le loro conoscenze. Il tempo dà un senso di incommensurabilità all’essere umano in quanto è astratto non si vede, non si può toccare, forse a mala pena lo si può solo immaginare, ma, a mio modesto parere la mente umana si incontra con i suoi limiti quando cerca di lambire tutte le dimensioni temporali. Nonostante ciò la tematica della temporalità è stata protagonista di molte opere d’arte e di molte speculazioni filosofiche, basti pensare a Salvador Dalì il quale nel suo fatidico dipinto che rappresenta degli orologi che si sciolgono ha voluto trasmettere ai suoi contemporanei l’idea di un tempo degli orologi che non esiste contrapponendo l’immagine di un tempo dell’io, dell’anima molto dilatato e complesso. La nostra Naomi Cerra con semplicità ed essenzialismo ci ripropone lo stessa tema e ci dà uno spunto per poter riflettere su come il nostro essere si proietta o nell’eterna passeità ( termine molto caro ad Heidegger) o in un futuro a volte prossimo a volte troppo lontano. Il disegno di Naomi Cerra, apparentemente un banale orologio da tasca, mi ha ricondotta ad una riflessione sulla rapacità dell’uomo rispetto agli attimi temporali, è come se l’uomo fosse sempre più avido del suo stesso tempo, è come se lo maltrattasse trattandolo come una cosa banale mettendoselo in tasca, invece il nostro tempo andrebbe preservato, curato come una pianta, invece la voracità dell’essere umano comporta uno spreco disimpegnato come se tutto appartenesse all’uomo e fosse un suo diritto a prescindere. L’essenzialità espressiva della Nostra disegnatrice conduce l’osservatore ad una presa di coscienza del suo tempo per considerarlo un “dono” e non sciuparlo ante litteram senza ragione, il tempo è ciò che abbiamo di più prezioso, basterebbe a volte accarezzarlo e imparare dalle lezioni che ci impartisce senza asservirlo.

Sabrina Santamaria

• Note critiche al disegno “Culture allo specchio” di Naomi Cerra

Uno sguardo rivolto all’altra faccia della medaglia? Due mondi che si incontrano anche solo un istante e si guardano? Colpisce immediatamente lo sguardo delle due donne che appaiono nel disegno. Naomi Cerra usa una metafora molto profonda per rappresentare le due culture: La donna. Quest’ultimo aspetto è molto incisivo perché gli uomini difendono e proteggono la loro cultura come se fosse una donna che a loro appartenesse. La tanto agognata cultura diventa, purtroppo, una sorta di marchio di fabbrica che avvinghia il genere umano in una stupida etichetta. Questo disegno può essere analizzato attraverso due chiavi argomentative ambe due valide: ad una prima osservazione del disegno si coglie subito la sensazione di pregiudizio che emerge, le figure che appaiono nell’opera si specchiano, si guardano, ma con sospetto. La seconda chiave per interpretare il messaggio che la Nostra ci comunica è che le donne si proiettano l’una verso l’altra nel senso che nell’una, in realtà si vede l’altra, non c’è in fondo alcuna diversità sostanziale, prima di essere una donna africana ed una occidentale, sono due donne a prescindere! L’uomo prima di appartenere ad una cultura è un essere umano e come tale appartiene in toto a tutta l’umanità. Queste due figure riflettono gli occhi dell’altra, è come se avessero rispettivamente uno specchio in cui vedere la propria medesima figura, pertanto credere di scrutare le differenze è solo una banale illusione costruita ne i secoli dai teorici delle “razze” e del darwinismo sociale di Spencer. Molto profondo lo scarto artistico di Naomi Cerra che riesce con alcuni tocchi di matita a rendere concreti in un disegno le realtà più crude e crudeli del nostro genere. L’abilità stilistica della Nostra si interseca con la sua sensibilità, con la sua volontà a voler rappresentare in un foglio bianco l’intimo dell’animo umano, i suoi disegni( questi tre qui che proposto non sono gli unici) sono impregnati dalla volontà della loro autrice di voler preservare i valori dell’uomo ecco perché spesso i suoi disegni hanno un unico soggetto, sono essenziali, non presentano particolarismi o molti dettagli che potrebbero distrarre l’osservatore dal messaggio principale delle opere. Se potessi sintetizzare il lavoro artistico di Naomi Cerra direi che la sua è un’abnegazione artistica contro la banalità che vorrebbe soffocare l’uomo nel non-senso e nel nulla.

Sabrina Santamaria

• Note critiche al disegno “Il pianto dell’anima” di Naomi Cerra

Cosa rappresenta una lacrima? Qual è il leit motiv che porta una persona a piangere per qualcuno o per qualcosa? Le lacrime sfiorano la punta infinitesimale della sofferenza? Si può davvero rendere concreto il dolore? È frase comune e conosciuta che gli occhi comunicano tutti gli stati d’animo, possono brillare dalla gioia o spegnersi per la tristezza. L’occhio del disegno della nostra Naomi é acceso ed è ricco di molti dettagli, è stato raffigurato con dovizia di particolari: la pupilla, la retina, le ciglia. Ogni piccolo aspetto coglie l’attenzione dell’osservatore che non può che riconoscere il talento della sua autrice. I disegni di Naomi Cerra sono molto tridimensionali perché attraverso l’uso della tecnica del monocromatico emergono i gradi di profondità, non sono disegni piani, piatti, ma si ha la sensazione di poter toccare con le proprie mani i soggetti raffigurati soprattutto nel caso dell’occhio questa esigenza si fa più forte e sentita perché con quale artificio artistico si può trasmettere la sofferenza? Solamente rendendola il più concreta possibile. Un’altra caratteristica di questo disegno é la libertà interpretativa che gli si può attribuire, l’occhio piange è vero, ma i motivi potrebbero essere molteplici e su questo aspetto Naomi Cerra lascia tutto all’immaginazione dell’osservatore. Crea un bel gioco artistico per sviluppare le capacità empatiche degli osservatori dimostrando ai “profani dell’arte” che la cultura, l’educazione alla bellezza non è “quella cosa per la quale il mondo resta tale e quale” proprio per questa ragione bisogna diseducare l’uomo all’atonicità in cui è abituato a vivere nel quotidiano per uscire dalla cappa in cui è incatenato, legami insignificanti che egli stesso ha creato, ma attraverso l’arte, la bellezza, la letteratura si può tornare a “sentire” le corrispondenze baudelairiane per avere l’ essenza dell’ essere e non vivere nei meandri di un’assenza di un essere.

Sabrina Santamaria

IL REALISMO TERMINALE, L’OGGETTO e L’INFINITO di Tania Di Malta (Taniuska)

Il Realismo Terminale, l’oggetto e l’Infinito.

Oggi la pagina di Taniuska riapre i battenti dopo una breve pausa estiva.
Tante le idee da portare avanti e le riflessioni che accompagneranno questo mio viaggio nel realismo terminale, che arricchisce e amplia la mia comprensione (insieme a voi) del mondo e del linguaggio del nostro tempo.
Mi accorgo che nella natura dei testi oggi circolanti si manifestano non raramente, degli elementi di realismo terminale e dove prima, volavano solo rondini giovinette in fiore e canti di capinere, appaiono mongolfiere, dischi volanti e oggetti: accostamenti e similitudini rovesciate impensate prima.
Trovo questo dato importante, una conferma di come in maniera sotterranea, molte cose siano arrivate, non solo per un riflesso modaiolo, ma forse presa di coscienza che le allegorie e le metafore usate fino ad ora non bastano più. Si va imponendo il nuovo linguaggio. Tutto questo ci porta a piè pari alla formula di Oldani: la similitudine rovesciata, che sintetizza e denuncia la non centralità dell’uomo ne della natura, nel mondo attuale e in quello in precipitoso divenire. Non a caso la Cina, la più grande potenza economica del pianeta, (che nella velocità dei suoi processi, sorpassa l’America, responsabile nel 900 dell’imposizione della società dei consumi), vede in Oldani una delle voci poetiche più rilevanti nella scena internazionale, conferendogli quest’anno il Premio alla Carriera.
Ed è in riferimento all’oggetto, al suo significato, che riprendo il mio viaggio annunciato. Considerate questo titolo: Il Realismo Terminale, l’oggetto e l’Infinito, come il nastro rosso conduttore di tutti gli articoli che verranno. Dove si evidenzierà che ormai la carta di identità della natura, sono l’ insieme degli oggetti.
Ma si può raccontare questo mondo attraverso umili oggetti, capovolgere la dimensione finita e compiuta di un dispositivo e attraversare questo secolo senza esserne travolti e annientati? Io credo di sì. Realtà, pensiero e linguaggio sono sempre andati in tandem, ed è attraverso queste tre cose che il mondo ha modulato le sue trasformazioni. Il realismo terminale lo sta dimostrando.
Per questo primo saluto, una nota ironica e divertente. Vi mostro un piccolissimo video casalingo fatto con il cellulare da Sara Rampazzo. Sotto il divano di casa, scopre e riprende un paesaggio fatto di oggetti, una specie di bosco segreto, un’esperienza emotiva, dove gli oggetti sparpagliati per fare giocare il gatto, raccontano (rumori inclusi) molto di più. Oldani dice che la similitudine rovesciata amplia in maniera esponenziale le possibilità espressive. Credo che questa regola sia applicabile in tutte le forme d’arte. Una possibilità in più: trovare una dimensione anche spirituale negli oggetti accatastati e scoprire attraverso loro, l’insopprimibile spinta verso l’infinito.

Taniuska
Tania Di Malta
02-09-2019

Video: Titolo “Il bosco del gatto”.

Autrice: Sara Rampazzo.

Per vedere il video seguite il link allegato:

https://photos.app.goo.gl/toJf6xaSZrgUYy5h8

L’ALCHIMIA INTROSPETTIVA DI TANIA GALLETTA (a cura di Sabrina Santamaria)

L’alchimia introspettiva di Tania Galletta

~

Tania Galletta si innamora della poesia in tarda età, dopo aver vissuto esperienze assai dolorose. La poesia diventa terapia per l’anima.
La penna tramuta in versi le sue sofferenze e nascono così rime molto intime che, in una fase iniziale, tiene solo per sé.
Comincia a frequentare la domenica i “caffè letterari” di varie associazione, per poi divenire socia ordinaria dell’A.S.A.S. (Associazione Siciliana Arte e Scienza).
Un’amica poetessa già affermata, Maria Romanetti, la vuole relatrice per il suo libro per ragazzi “La Vittoria del Fantagatto”, presentato nei locali della Provincia di Messina, nel novembre del 2013, esperienza proficua che metterà in luce le sue capacità critiche.
Con l’amica poetessa si diletta a comporre poesie, alternandosi nella stesura dei versi, si tratta infatti di liriche estemporanee “non limate”, grazie a una pagina Facebook creata da entrambe, nella quale, una continua i versi postati dall’altra e viceversa.
Verranno alla luce ben quaranta poesie che saranno raccolte nel volume “Duettando in versi”. L’A.S.A.S. ne curerà la presentazione il 6 dicembre 2014, presso il Salone delle Bandiere del comune di Messina.
Nel febbraio 2016, con l’associazione culturale Kafka, è relatrice per la presentazione del libro di Carlo Barbera “Il migliore dei padri”, presso il Book-store Feltrinelli di Messina.
A settembre dello stesso anno conosce il poeta Giuseppe Anastasi, che la coinvolge nella prima elaborazione teatrale sperimentale del suo poema epico, ovvero “La Grande Seduzione”, decidendo quindi di aderire al progetto culturale indipendente Sedotti Sognatori Seducenti, anche denominato 3S-team, nel quale collabora tuttora attivamente.
Questi i trofei ottenuti:
23 marzo 2019 – Premio “Verba Volant, Amor Manet” (Acicastello) – Menzione d’Onore con la lirica “Sogno”
27 aprile 2019 – Premio “Antonino Bulla” (Catania) – 3° posto con la lirica “Le tue Mani”
5 luglio 2019 – Premio “Boccavento 2019” (Santa Teresa di Riva) – Premio Speciale della Critica con i racconti “Il piccolo intoppo” e “L’ultimo scatolone”
6 luglio 2019 – Concorso “Pina Alessio” (Gioia Tauro) – Menzione d’Onore con il racconto “Due numeri per Carla”

• DUE POESIE SCELTE di Tania Galletta

“TI CERCHERÒ”

Ti cercherò all’alba,quando rosate note
baciano gli occhi ancora assonnati.
Ti cercherò tra l’azzurro del cielo,
quando candidi cirri,si inseguono e mi sorridono.
Ti cercherò tra le spumose onde,
quando argentee dita,carezzano il mio corpo inquieto.
Ti cercherò tra le zolle appena smosse,
a cui mani fiduciose affidano future messi.
Ti cercherò tra le note del vento,
che mi riportano antiche e solenni promesse.
Ti cercherò anima mia,
flagellata da un amore impetuoso,
coccolata da fanciulleschi sorrisi,
delusa da promesse inattese.
Ti cercherò…
Tra i silenzi di austere mura,
tra i profumi dei fiori e dei ceri accesi,
tra perline sgranate da labbra ormai mute.
Li’ ti troverò.
Lenirò le tue ferite.
Bacerò le tue lacrime.
Insieme a te,sorriderò ad una vita nuova.

“LE TUE MANI”

Amavo le tue mani
Farfalle colorate sui bianchi tasti
Zefiro seducente che il corpo mi sfiora
Dolce abbraccio delle nostre notti
Alle mie intrecciate da nuziale anello
Amavo
Temo adesso le tue mani
Picchiano forte sui tasti
Bufera improvvisa che il corpo mi segna…
Morsa violenta d ‘amore priva
Ormai nude e alle mie lontane
Temo ma ancor più io amo
Da te fuggo, ma da te torno
Cerco le tue mani
Finché morte non ci separi.

~

Trascrivere in versi le proprie emozioni è facile a dirsi, ma molto complesso a mettere in atto come attività poetico-letteraria. Da sempre noi tutti sosteniamo che l’artista, il poeta, lo scrittore attraverso l’ausilio della loro arte comunicano al pubblico il loro “sentire”, a volte mi sembra un’immagine che si è creata, ma, ormai sta diventando preconfezionata, allora chiunque mette nero su bianco un suo stato d’animo può definirsi artista? Certamente no, il poeta così come l’artista è colui che fa vibrare le corde dell’anima di chi legge o osserva, egli è colui che riesce a scandagliare la parte più nascosta dell’essere umano; questo è uno degli obiettivi che si pone la nostra Tania Galletta con la sua delicata “pena” che malgrado tutto scopre con ardore e passione la tenue fragilità dell’uomo, nei suoi versi non troveremo sicuramente gesta eroiche né bramosia né ambizione. La sua poesia appare navigare lentamente nel mare calmo di un’anima che si impegna ad osservare con uno sguardo forse timido, ma sincero. La lettura dei testi di Tania Galletta conduce ad un relax dei sensi completo in cui la mente si incontra col cuore e con lo spirito mentre ho posto attenzione ai suoi elaborati ho percepito nella Nostra un forte legame con i sentimenti che legati al genere poetico diventano alchimia pura. La nostra autrice ha un modo di darsi autentico al mondo ponendo tanta fiducia in chi la leggerà fiducia che i suoi enunciati si possano incontrare con un lettore sensibile. Lo stile poetico di Tania Galletta si mescola a quell’esser-per-la vita che Heidegger avrebbe definito inautentico, ma la Nostra riesce a vestirlo di una forte carica esistenziale tanto da far rivivere ancora oggi l’essere come mistero da scoprire.
Sabrina Santamaria

~

INTERVISTA a TANIA GALLETTA

S.S: Cosa rappresenta la poesia per te?

T.G: All’inizio è stato il mezzo per farmi elaborare il dolore che portavo dentro l’anima, adesso, la poesia ha liberato il mio essere, è stata una catarsi, in quanto riesco a mettere su carta il mio sentire, da mezzo di elaborazione è diventato ora parte integrante del mio modo di guardare il mondo.

S.S: Quali sono secondo te le tematiche privilegiate della poesia?

T.G: La mia poesia è per di più intimistica, amo raccontare di me, ma, ultimamente ho affrontato temi sociali, come il caso di Lampedusa che ha colpito la mia sensibilità: “In tasca la foto di una vita vissuta nel cuore la speranza di una vita da vivere” questo verso è nato da una notizia che ho ascoltato in tv in quanto nella tasca di un uomo annegato hanno trovato una foto.

S.S: Quale sensazione lasceresti ad un tuo possibile lettore?

T.G: Mi piacerebbe imprimere nel cuore del mio lettore la scoperta di se stesso come essere autentico, vorrei fare emergere la parte più nascosta di sé.

S.S: A tuo giudizio la poesia è al di sopra delle altre arti?

T.G: Secondo me il punto di partenza è uguale per ogni forma d’arte, il pittore tinteggia sulla tela le sue emozioni, come il musicista che compone le note della sua anima, il poeta verseggia sul suo stato d’animo.

S.S: Qual è la tua missione poetica?

T.G: Oggi la poesia è una delle forme di comunicazione più valide perché sentiamo la necessità di esprimerci attraverso dei versi che possano tradurre i sentimenti, in questa società digitale io sento un ritorno da parte dei giovani a questa modalità espressiva anche io ho trovato un mezzo valido per aprirmi agli altri.

S.S: Quando i versi incontrano l’anima?

T.G: I versi incontrano l’anima quando l’animo umano ha bisogno di esprimersi e i questi diventano il mezzo mediante i quali l’anima si esprime.

S.S: Pubblicherai una tua prima silloge?

T.G: Ho pubblicato un libro di poesie a quattro mani. Io sono po’ timida, ma penso proprio che pubblicherò un’opera, da poco ho scoperto anche i racconti brevi quindi avrò il piacere di raccontarti in futuro della mia prima pubblicazione.

S.S: Un poeta potrà sentirsi mai soddisfatto?

T.G: Io penso proprio di no, in quanto il poeta cresce in divenire, nell’evoluzione eterna del suo poetare all’infinito, la poesia è una continua ricerca interiore.

S.S: Con le tue poesie c’è stato un momento in cui ti è sembrato di volare?

T.G: Sì, in diverse occasioni, quando leggo i miei testi alle mie amiche e loro valorizzano quello che ho scritto ma anche all’ultimo riconoscimento che ho avuto a Santa Teresa di Riva, ho ricevuto il “Premio Boccavento 2019” (Premio Speciale della critica) in cui la giuria ha percepito in me una crescita espressiva.

S.S: Da quali fonti trai maggiori ispirazione?

T.G.: L’ispirazione arriva improvvisa, può essere una notizia, o una persona, oppure come nel caso della poesia religiosa è stata una passeggiata in cui ho guardato il mondo non da spettatrice, ma da attrice, mi sono sentita parte integrante del creato quindi l’ispirazione nasce spontanea, da quello che senti, ma anche da quello che vivi, come nel caso della mia esperienza di volontariato con l’associazione “Bucaneve” vivendo a stretto contatto con bambini nati prematuri è nata in me l’esigenza di scrivere una poesia dal titolo “Bucaneve”.

“Le lacrime dell’anima che la penna ha tramutato in versi” cit. Tania Galletta

~

Intervista rilasciata da Tania Galletta a Sabrina Santamaria

Tutti i diritti riservati, 2019