“YUMA: IL BAMBINO CHE VOLEVA LAVORARE” DI ENRICO VECCHI a cura di SABRINA SANTAMARIA 

Recensione “Juma: il bambino che voleva lavorare”, di Enrico Vecchi

Juma è un ragazzino ridotto in miseria; un giorno, scoraggiato dalla situazione economica della sua famiglia, decide di fuggire. Si reca in città, dove si imbatte tra sfruttatori, uomini senza scrupoli e incontra un suo vecchio amico, Nelson, e il suo cane Lisca. Tramite diverse conoscenze ha modo di essere ospitato da una famiglia che lo tratta come un figlio dandogli allo stesso tempo la possibilità di lavorare, però la legge impediva lo sfruttamento minorile, allora viene affidato ad un orfanotrofio, l’istituto Yomo Kaniatta, anche se si scoprirà che in realtà i proprietari di questo istituto sono dei malfattori che adescano i bambini per farli diventare soldati. Grazie all’amico Nelson riesce a fuggire; la narrazione viene interrotta e la fine del romanzo viene lasciata all’immaginazione del lettore. Vecchi, con quest’opera, vuole mostrare al lettore l’inconsistenza e la miseria in cui vivono i ragazzini africani, vuole trasmettere la precarietà dell’esistenza di queste vite che a molti occidentali appaiono molto lontane; l’autore vuole dare uno schiaffo morale ai colletti bianchi, a coloro i quali, senza scrupoli portano avanti lo sfruttamento minorile, la prostituzione infantile, il traffico di droga; il romanzo sfiora tutte queste tematiche, facendo riflettere chi legge e, allo stesso tempo, è un invito a farci apprezzare ciò che abbiamo, i nostri affetti e le nostre famiglie,dal momento che Juma vive solo, lontano dai suoi cari, è un invito a non lamentarsi in vano perché anche se non possediamo tutto ciò che desideriamo, almeno ci viene concessa la possibilità di avere ciò di cui abbiamo bisogno.

Citazioni di alcune parti del testo:

“La fame non arriva da un giorno all’altro. Si avvicina piano piano, in punta di piedi, senza fare rumore, come un ladro. Tu ti ci abitui senza nemmeno accorgertene. Riduci le porzioni di pranzo, cena dopo cena, fino a che un bel giorno ti ritrovi con il piatto”.

“L’acqua era torbida e sapeva di terra, ma la sete era talmente tanta che preferivo seguire l’esempio di Lisca di Pesce”( Lisca è il cane amico del protagonista).

“Verso mezzogiorno, dopo tre ore di sacchi sulla testa, ebbi un cedimento. Non mangiavo da tre giorni. O mettevo qualcosa sotto i denti ora, o non avrei rivisto il sole l’indomani”.

“Venti chili a carico, avanti e indietro, tutto il giorno, per dodici ore di seguito, senza sosta, senza feste, col sole, col vento, con la pioggia e con una misera patata rugosa”.

“Come letti usavamo dei cartoni”.

“Non vedevo l’ora che spuntasse il sole e si portasse via tutti quei fantasmi. Ma di giorno non andava molto meglio: la testa mi girava, facevo fatica a respirare e avevo conati di vomito”.

“Forse si può fregare fregare qualcuno, qualche volta. Ma non si può fregare tutti quanti, tutte le volte. E ora che hai visto la luce, sorgi e lotta per i tuoi diritti. Alzati! Coraggio! E non abbandonare la lotta.” 

“Non si può pretendere che i cittadini si comportino in modo onesto in un Paese dove i governanti rubano come topi”. 

“Andavamo in giro vestiti di stracci, barcollando come ubriachi, aggrappati ognuno ad una bottiglietta di plastica che gli penzolava dalle labbra”

“Solo in quella strada ci saranno stati una ventina di bambini e chi non sniffava da una bottiglietta, lo faceva da un sacchetto di plastica”.

“Era chiaro che quella vita ci avrebbe trascinati dritti dritti alla tomba. Se non era la colla oggi, sarebbe stata la fame domani…o il freddo o l’AIDS o la tubercolosi o la malaria o il colera o il tifo”.

“Un drogato è come uno struzzo che cerca di nascondersi”.

“Tutto era grigio, opaco, uguale.”

“Cielo, sole, nuvole, stelle erano solo un ricordo: la memoria di una vita passata che non sarebbe mai più tornata, perché il futuro non esisteva più e ormai non aspettavo che la morte”. 

Questa storia per me è stato un profondo insegnamento perché mi ha fatto comprendere che non tutti i bambini del mondo hanno le stesse opportunità degli occidentali di studiare, crearsi una professione, vivere in un ambiente sereno e tranquillo. Ancora oggi non tutti i bambini hanno salvaguardato il loro diritto alla salute, alla vita, affinché possano vivere in modo dignitoso. Amnesty International e l’ONU si battono per queste cause, ma ancora sono solo all’inizio della loro impresa e i TG ne sono una prova schiacciante: bambini che muoiono di fame e soffrono di malattie virali perché bevono l’acqua piovana. Il ruolo di un educatore dovrebbe essere quello di far capire alle nuove generazioni che non tutti sono fortunati come loro e allo stesso tempo un insegnante, prima di svolgere la sua lezione, dovrebbe insegnare i principi e i valori che concernono la legalità e l’umanità, e impartire l’importanza sacrosanta dei diritti dell’uomo, che non sono scontati come a volte potremmo pensare date le circostanze, poichè il mondo in cui viviamo a volte è disumano e senza principi morali.

Sabrina Santamaria 
Foto dal web 

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